Dal 2021 come CSOA Gabrio abbiamo deciso di rendere fruibile (e a disposizione delle/degli abitanti e non solo) ciò che portiamo nelle strade di Borgo San Paolo durante i cortei del 25 aprile.
Per questo abbiamo affiancato alla tante targhe messe negli anni un QRcode che permettesse, a chi si imbatte in una di queste, di conoscere la storia spesso dimenticata di quei luoghi, di quegli edifici o di quelle strade in cui si è portata avanti la lotta dei e delle partigiane e di coloro che hanno deciso di alzare la testa e agire contro il fascismo.
Visualizza la mappa di Zona San Paolo
Affinché la Memoria non sia solo un ricordo, ma uno strumento di lotta e di conoscenza contro i fascismi di ieri e di oggi.
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Casa resistente delle Sorelle Montagnana
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Sciopero alla Diatto contro la guerra
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Incendio e saccheggio alla Chiesa San Bernardino
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Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!
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Sciopero Antifascista alla Diatto
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Occupazione Stabilimento SPA
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Sciopero Antifascista alla Lancia
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Giaretti Eugenio detto Tarzan
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Maffiodo Nazareno
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Eusebio Giambone
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Evasione collettiva dal carcere Le Nuove
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Giovanni Martinetti e Giuseppe Tarella detto Nucio
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Eugenio Borione
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Lotte Antifasciste nelle fabbriche
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Spazi Resistenti
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Resistenza palestinese
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Comunità Resistente
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Compagne Resistenti
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Cavallo Anticzarina
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>> Qui la mappa delle targhe dell’ANPI a Torino
Casa resistente delle Sorelle Montagnana
Via Monginevro 68
Ascolta la lettura su: circolo clandestino di mutuo soccorso e formazione popolare antipatriarcale socialista e comunista.
Parlare delle donne della famiglia Montagnana non è semplice, spesso quando si ricorda qualcuno che ha attraversato la storia lasciando un segno lo si rappresenta attraverso l’epica, la straordinarietà delle sue azioni. Le persone diventano eroi ed eroine da amare, portare ad emblema e in qualche modo rinchiudere nel mondo dorato del mito. Gli eroi sono perfetti e lontani. Le Montagnana ci raccontano di una storia diversa e per questo emblematica.
Donne intense di una famiglia che sapeva trasformarsi in comunità includente, aperta ,tenace e morbida. I racconti di chi c’era parlano di una casa aperta come uno spazio sociale, ricolma di libri, riviste clandestine e non, cibo condiviso poco o tanto che fosse.
Sciopero alla Diatto contro la guerra
Via Frejus angolo Via Revello
Ascolta la lettura su: sciopero del 1917 contro la guerra
Sciopero alla Diatto contro la guerra – agosto 1917
Alle 9 di mattina di martedi 22 agosto 1917 il prefetto Verdinois invia un telegramma a Roma preannunciando il peggio nonostante la città sia ancora apparentemente calma, rinnovando la richiesta che arrivi il residuo quantitativo di grano ancora dovuto in dotazione alla provincia. Aggiunge: «Un ritardo può avere conseguenze incalcolabili».
Ma è ormai tardi: dopo l’interruzione del mezzogiorno, gli operai non vogliono riprendere il lavoro in due stabilimenti: le Officine Diatto-Frejus e la Proiettili Arsenale di via Caserta: poi sarà la volta delle operaie del Fabbricone di Borgo Dora.
Preziosa è la testimonianza di Mario Montagnana, operaio alle officine Diatto, quelle da cui si avvia lo sciopero.
Invece di entrare in fabbrica, – scrive nei suoi ricordi, – cominciammo a tumultuare davanti al cancello.
«Non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane!»
Il padrone dello stabilimento, il cavalier Pietro Diatto, preoccupatissimo, si presentò egli stesso agli operai, tutto latte e miele:
«Avete ragione, avete ragione. Come si fa a lavorare quando non si è mangiato? Telefonerò subito alla sussistenza militare affinché mandino immediatamente un camion di pane. Però entrate in fabbrica e non fate sciocchezze. Ve lo dico per il vostro bene e per il bene delle vostre famiglie».
Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante, si guardarono negli occhi, quasi per consultarsi tacitamente e poi, tutti assieme, ripresero a gridare:
«Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescicani! Abbasso la guerra! »
E abbandonarono in massa l’officina, avviandosi chi verso il centro della città, alla Camera del Lavoro, e chi verso altri stabilimenti, per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero.
Alla Proiettili, ad esempio, arrivano due camion di pane. La folla se ne impadronisce, mangia, ma non rientra al lavoro. È presto invocata dagli operai più decisi la strada di una dimostrazione politica.
Nel corso del pomeriggio «staccano» migliaia e migliaia di operai – tanto che tra le 16 e le 17 sono fermi praticamente tutti i grandi stabilimenti – a cominciare dai 2000 operai delle officine ferroviarie di Borgo San Paolo.
Una considerevole folla di lavoratori e lavoratrici si mette in marcia verso la Camera del Lavoro.
Il pomeriggio del 22 agosto iniziano i tumulti veri e propri: gruppi di operaie e operai attraversano la città gridando “Evviva la rivoluzione!” “Evviva Lenin!”. Il servizio tranviario cessa completamente.
I saccheggi si allargano rapidamente a vari rioni, sono assaliti negozi di salumeria, di trippai, di calzoleria; la polizia interviene qua e là; ma è impotente a frenare i tumulti.
Carabinieri e poliziotti cominciarono a sparare senza riguardi. Una prima barricata fu costruita in via Bertola.
Al mattino del giovedì 23 agosto lo sciopero si rivela pressoché totale nelle fabbriche principali, tanto che già alle 8,30 Verdinois si reca dal generale Sartirana per pregare l’autorità militare di assumere la tutela dell’ordine pubblico. Dal primo pomeriggio i poteri pubblici passano all’esercito.
Il centro resta relativamente tranquillo (relativamente, poiché un corteo di dimostranti irrompe in piazza Carlo Felice e – come ormai è una tradizione! – infrange i vetri del caffè Ligure a colpi di bastone e di pietre, mentre due persone vengono ferite e cento arrestate in piazza dello Statuto).
Ma sono Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza, la Barriera di Milano i teatri delle violenze e degli scontri più aspri.
Rotaie del tram e della ferrovia di Lanzo divelte, barricate erette in molte strade
In Borgo San Paolo, nella stessa mattinata avvengono alcuni dei fatti più gravi. La folla saccheggia e incendia la chiesa di San Bernardino e l’attiguo convento dei frati.
Quasi contemporaneamente, anche la Chiesa della Pace alla Barriera di Milano viene invasa e saccheggiata. «Sul campanile fu issata la bandiera rossa, la cantina del parroco fu vuotata del vino e delle provviste che vi erano contenute e che furono distribuite alla folla».
Sempre nella stessa zona, due caserme delle guardie di città sono assalite.
La città viene letteralmente tagliata in due per impedire agli operai di congiungere le loro forze.
Il 24 agosto, venerdì, è la giornata che decide la sorte dell’insurrezione. Gli operai in rivolta cercano, specie la mattina, di rompere lo sbarramento frapposto tra i due focolai maggiori della periferia, ma senza successo.
I dimostranti sono poco e male armati: rivoltelle, bombe a mano, qualche fucile; l’esercito impiega mitragliatrici e tanks. Oltre che ai confini della Barriera di Milano e di San Paolo, un nuovo epicentro di scontri si forma nella Barriera di Nizza.
Si combatte sulle barricate di Ponte Mosca e il locale Commissariato di P.S. è preso d’assalto dai rivoltosi. Rotto lo schieramento della forza pubblica una gran massa di insorti, per Porta Palazzo e via Milano, si avvia verso il centro cittadino.
L’attacco, – narra il cronista di «Stato operaio», – procede vittorioso fin quasi al centro.
Ma la riscossa della forza pubblica è terribile. Entrano in campo le auto mobili blindate e si scagliano a corsa folle per le vie gremite, scaricando le mitragliatrici all’impazzata, sulla gente che fugge, su coloro che resistono, nelle finestre delle case, nelle porte e nei negozi, alla cieca. Le prime cifre sul numero dei morti, dei feriti, degli arrestati della giornata vengono comunicate a Roma dal comando dei carabinieri: «Complessivamente, nella giornata, dieci rivoltosi uccisi, feriti accertati negli ospedali: 27, un soldato ucciso da arma da fuoco, numerosi altri militari feriti non gravi. Finora circa millecinquecento operai arrestati».
Sabato 25 agosto, praticamente l’ultimo giorno della rivolta.
Non vi è quasi più una resistenza organizzata sulle barricate. Una dopo l’altra, nella notte, sono state smontate dai soldati, che pattugliano le strade più importanti.
Dal primo mattino i «ribellatori» nelle periferie, dove l’agitazione, l’ira, la passione, sono ancora vivissime, tentano qua e là assalti a pattuglie di soldati, cercano di disarmarli, sparano le ultime cartucce. A volte è una folla di donne che sbuca da una casa o da un angolo di strada e cerca di circondare la truppa e di sottrarle le armi.
Così accade in Borgo San Paolo, verso le ore 9,30 quando ha luogo l’ultimo episodio cruento della rivolta: in via Villafranca la folla si avvicina a una pattuglia di alpini, comandata da un sottotenente. I dimostranti, secondo il prefetto, sono circa 300: «tentarono di disarmare la pattuglia, che sparò, uccidendo un borghese e ferendone una decina».
Il cronista del «Grido» scrive: i poliziotti furono di una ferocia inaudita, l’ufficiale ordinò il fuoco e fu sparato a distanza di pochi passi, uccidendo quattro dimostranti e ferendone molti altri.
Nel pomeriggio del 25 agosto, ancora a San Paolo, due soldati di scorta ad un carro viveri vengono disarmati, e in Barriera di Milano, lo stesso accade a un caporale e tre soldati. Ma sono gli ultimi bagliori dell’incendio oramai soffocato dalla violenza dell’esercito e dal servilismo dei dirigenti sindacali e socialisti.
tratto e rielaborato da: “Storia di Torino operaia e socialista” di Paolo Spriano – Einaudi, Torino 1938
Incendio e saccheggio alla Chiesa San Bernardino
Via Dante di Nanni angolo Via San Bernardino
Ascolta la lettura su:
Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!
Via Dante di Nanni (pedonale)
Ascolta la lettura su: lo sciopero del Pane del 1917 durante il quale le donne presero d’assalto e saccheggiarono i forni, non rientrando nelle fabbriche.
Noi, a Torino, la guerra non la volevamo più. Volevamo che tornassero i nostri soldati dal fronte e volevamo mangiare. In quel mese d’agosto, se in fabbrica si crepava di caldo, in casa si moriva di fame. Usciti dal lavoro si faceva la coda dal fornaio, ma il più delle volte il pane era finito. Così, sempre più sovente, si rientrava al lavoro gridando: «Sacco vuoto non sta in piedi e tanto meno può lavorare».
Sciopero Antifascista alla Diatto
Via Frejus, 21 (angolo via Cesana)
Ascolta la lettura su: il blocco delle fabbriche torinesi nel
Occupazione Stabilimento SPA
Giardino SPA (via Osasco/via Braccini)
Ascolta lettura su: l’occupazione delle fabbrica SPA e la costruzione di armi a difesa della città.
Sciopero Antifascista alla Lancia
Via Lancia angolo Via Caraglio
Ascolta la lettura su: lo sciopero antifascista alla fabbrica Lancia
Fin dall’apertura dello stabilimento Lancia tante donne e uomini di Borgo San Paolo lavorano nei vari reparti della fabbrica. Tra il 1943 e il 1945 moltissimi/e lavoratori e lavoratici partecipano a scioperi e alle azioni di resistenza contro il fascismo.
Giaretti Eugenio detto Tarzan
Corso Racconigi, 120 bis (angolo via Monginevro)
Ascolta la lettura su: il partigiano Tarzan
Corso Racconigi angolo via Monginevro. Giaretti Eugenio detto Tarzan, partigiano combattente agì con la 4ª divisione Garibaldi nelle valli di Lanzo e tornato in Borgo san Paolo si unì alle formazioni cittadine. Il 22 gennaio 1945 fermato in via Monginevro angolo corso Racconigi da una pattuglia dei Rap nell’ambito di un massiccio rastrellamento di Borgo San Paolo protrattosi per tre giorni, fù messo al muro e colpito da una scarica di mitra. Portato prima al Mauriziano venne successivamente prelevato dai fascisti che lo lasciarono per una settimana senza cure in una stanza d’albergo dove morì il 31 gennaio.
Maffiodo Nazareno
Via Monginevro angolo via Campiglione
Eusebio Giambone
Via Cesana, 47
Evasione collettiva dal carcere Le Nuove
Via Borsellino angolo Corso Vittorio Emanuele
Assalto al carcere delle Nuove con i GAP, D’Amico, Deri, Costanzo, Pensati e Grillo, organizzatore Lanfranco Leo (dal carcere), Vassallo, Capriolo.
Liberati 87 compagni in attesa di giudizio tra cui Rita Comoglio un Bazzanini.
“Inizialmente i GAP erano denominati Gruppi di Azione Proletaria e si costituirono nell’estate del ’43, alcune settimane prima del 25 luglio (data della congiura di palazzo con la caduta del regime fascista), ad opera del compagno Mario Lizzero che dal 1934 aveva scontato tre anni e sei mesi di carcere fascista.
[…]
Questi piccoli gruppi di compagni organizzati nei GAP si resero attivi già dal 26 luglio 1943 a Torino dando l’assalto al carcere delle Nuove (Grillo autista del bus, Vassallo D’amico, Deri, Brusasco e il sottoscritto), liberando gli 87 compagni che erano in attesa di processo e tutti gli altri detenuti politici […].”
da Diario 1943 – 1945 di Pierin Cordone
Giovanni Martinetti e Giuseppe Tarella
Corso Ferrucci angolo Corso Vittorio Emanuele
Eugenio Borione
Lotte Antifasciste in fabbrica
Spazi Resistenti
Ai rifugi che nacquero dalle macerie dei pesanti bombardamenti che subì borgo San Paolo e che furono luoghi di riparo per l’organizzazione di scioperi, sabotaggi e azioni contro l’occupazione nazi-fascista.
“La terra urlava la sua collera, disperata, sconvolta, ferita. Nemmeno il fumo delle distruzioni e degli incendi serviva a scuotere l`indifferenza del cielo. Possibile che di lassú nessuno vedesse o sentisse? Si sentiva invece benissimo in una cantina di via Limone: la casa sinistrata era ancora in piedi, sotto si era scavato, tempo prima, un passaggio tra le macerie che ora serviva da rifugio. Uno dei presenti disse “salvate il vino!”. Una sequenza di scoppi e tremolii che si avvicinava ci indusse ad accostarci alle pareti, le bombe erano cadute vicino, lo spostamento d`aria spense le candele, scompiglio i fogli e notes, riempiendo di polvere il locale, l`aria si fece irrespirabile, tirammo fuori i fazzoletti, mentre qualcuno riportava un po` di luce con accendini e pile.
Mentre sopra la storia stava cancellando un tipo di civiltà, la sotto discutevano come costruirne un’altra piú pacifica. Uno dei punti chiave era il pagamento delle duecento ore, o tredicesima che si voglia dire; una delle tante promesse non mantenute dal regime, si mettevano in prima linea le rivendicazioni salariali, ciò serviva ad avvicinare la gente comune, poi subentravano le parole d’ordine di un certo spessore politico. Da quello che una volta era un garage proveniva il chiarore della brace di una sigaretta, era del compagno di guardia, un leggero sibilo mi avverti che dall`altra parte qualcuno si avvicinava. Il servizio di sicurezza funzionava, la figura umana si avvicinò con cautela, mi avevano subito individuato, mi chiese se la calce era pronta per le scritte, bisognava approfittare del tempo tra la fine dell`incursione e l’ululato del cessato allarme, in quel momento uscirono con secchi e pennelli. Bisognava velocemente iniziare le scritte, erano in quattro, e si decisero la zona in altrettante parti. Tra poco la gente sarebbe uscita dai rifugi e avrebbe sciamato per le vie, così si coglieva il momento giusto perché le scritte fossero lette.
In queste puntate cercavamo di non allontanarci mai dai gruppi di case distrutte, esse ci servivano, in caso di inseguimento da rifugio, difficilmente le squadre fasciste penetravano in questi labirinti di rovine e cunicoli.”
Così descrive Silvio Borione l’attività che la comunità antifascista di Borgo San Paolo mise in atto in quei rifugi di macerie causati dai pesanti bombardamenti che subì il quartiere. Luoghi che permisero la clandestinità ai partecipanti per scambiarsi o nascondere informazioni e materiali, che diedero un posto per dormire a chi non lo possedeva, un posto per lavorare alle tante sex worker che, in strada o nei luoghi pubblici, trovavano impossibilitato il loro lavoro dalla presenza degli eserciti occupanti. Quei muri, sventrati senza pietá, furono risignificati da chi li abitó e gli fu dato un senso che sia nell`atto individuale, ma soprattutto collettivo, resistette all`occupazione nazifascista.
Resistenza Palestinese
Alle vittime del genocidio palestinese per mano dello Stato di Israele. Al popolo palestinese costretto a vivere in apartheid dal 1948. «A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità. Ogni uomo, donna, piccolo, di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna».
Non dimentichiamo «restiamo umani,anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda»
Quando si parla di antifascismo si parla di resistenza e oggi la resistenza che vogliamo celebrare è quella del popolo palestinese.
L’atto di genocidio è parte di un continuum”: l’attacco del 7 ottobre, s’inserisce nel contesto di 75 anni di apartheid, 56 anni di occupazione e i 16 del blocco di Gaza che ha di fatto negato l’assistenza sanitaria ai bambini il che è non solo disumano ma rappresenta una violazione dei loro diritti.
16 anni di blocco e le ricorrenti escalation di violenza hanno fin ad oggi rappresentano una minaccia costante per la vita dei bambini e le restrizioni imposte dal blocco hanno contribuito ad aumentare il tasso di povertà e la carenza di supporti sanitari nel mercato locale.
La malnutrizione è stata per anni dominante tra le famiglie che vivono in “aree ad accesso limitato” vicine al confine israeliano e che sono testimoni di frequenti attacchi: non hanno mai avuto i servizi di base, infrastrutture pubbliche adeguate e hanno più volte dovuto affrontare malattie trasmesse dall’acqua, dall’inquinamento e dai rifiuti solidi. Il 10% delle famiglie intervistate da Save the Children ha riferito di aver perso un figlio per cause prevenibili, prima che compisse 5 anni.
Nella prima intifada (1987) ricordiamo la frase di Yitzhak Rabin, ministro della difesa per spezzare la resistenza palestinese: “ai ragazzini che tirano le pietre spezzategli gambe e braccia”
Molti ricordano non solo le immagini degli adolescenti che lanciano pietre, ma anche le immagini di quegli stessi adolescenti a cui i soldati spezzano sistematicamente braccia e a volte anche gambe. Nonostante questo, la resistenza continuò e per tutto il primo anno fu sostanzialmente nonviolenta, a parte il lancio di pietre da parte di bimbi e ragazzi. Infatti, in questo primo anno di Intifada, non ci furono morti nell’esercito israeliano, mentre 204 palestinesi furono uccisi, e di questi circa la metà erano minorenni. I video dei soldati che spezzavano le braccia a ragazzini fecero rabbrividire l’opinione pubblica.
Dal 7 ottobre nella Striscia di Gaza, Israele ha ucciso oltre 33.000 palestinesi di cui oltre il 70% donne e bambini; ha causato l’evacuazione forzata di 2 milioni di palestinesi (popolazione civile); sta costringendo alla fame e alla sete la popolazione assediata, producendo danni fisici, traumi psicologici, non ha provveduto e anzi ha deliberatamente bombardato zone sicure; ha devastato il sistema sanitario fino a distruggere 26 ospedali su 36 e decine di ambulanze uccidendo medici e infermieri, distrutto la vita comune dei palestinesi; sradicato la memoria storica e ucciso figure preminenti della società civile; non ultimo, ha compromesso la nascita stessa dei palestinesi attraverso la violenza riproduttiva inflitta alle donne palestinesi, ai neonati, agli infanti e ai bambini.
Centinaia di famiglie multigenerazionali spazzate via, ordini di evacuazione per oltre un milione di persone (compresi bambini e anziani, feriti e infermi, da effettuarsi in 24 ore senza alcuna assistenza e con bombardamenti sulle vie dichiarate sicure). Umiliazione dei prigionieri, sostanziale blocco di tutti gli aiuti umanitari e ripetuti bombardamenti dei punti di distribuzione, distruzione sistematica di case, scuole, università, moschee, chiese, infrastrutture di ogni tipo. A tutto questo si aggiunge il sadismo di soldati israeliani che postano le loro imprese sui social, indossando indumenti intimi rubati a donne palestinesi, esibendoli come trofei. Uno di essi, tenendo in mano i calzini di una bambina di Gaza, scrive:”Le mie vecchie passioni, sport e scrittura; la mia nuova passione, annusare i calzini di una bambina di cinque anni due volte al giorno per quattro mesi.”
Alcune testimonianze: “Il primo paziente che ho visto era una bambina di un anno. Senza gambe. Amputata dall’esplosione. Non sapeva ancora camminare e aveva già perso le gambe» (Paul Ley, 60 anni, ortopedico della Croce Rossa). «Dormiamo in dieci in uno sgabuzzino della mia scuola. La coda per il bagno è così lunga che regolarmente, prima del mio turno, me la faccio addosso» (Ghazal, 14 anni, sfollata a Khan Younis). «Mi metto in fila dal panettiere alle 6 del mattino. Arrivo al pane verso mezzogiorno, ma certe volte il pane è finito» (Kenan B., 10 anni). «Quando la guerra finisce, voglio diventare poliziotto. E arrestare chi ci ha fatto questo» (Abud S., 10 anni, di Rafah). «Non abbiamo cibo e beviamo acqua non potabile. Ora veniamo qui a gridare a voi e chiedervi di proteggerci. Noi vogliamo vivere come tutti gli altri bambini» (appello ai media, letto da 14 ragazzini davanti all’ospedale Al Shifa). «Dal 7 ottobre, Gaza è il posto più pericoloso al mondo dove crescere un bambino» (rapporto Unicef).
Comunità Resistente
Alle piole e ai luoghi di incontro e socialità che in Borgo San Paolo garantirono la necessaria clandestinità all’organizzazione della lotta e alla diffusione di pratiche antifasciste.
Gli incontri, le discussioni, lo scambio di idee ma anche della difficoltà quotidiane della vita facevano maturare sentimenti di appartenenza di classe e rabbia contro l’oppressione nazifascista. Nel 1943 la chiamata alle armi per le classi 24/25 spinge molti uomini a disertare ed entrare nelle fila partigiane, a loro si uniranno anche persone più giovani proprio in virtù di questi legami di amicizia, solidarietà e di ideali. Come il gruppo di amici della cricca del moro, piola di borgo vittoria, che abbiamo incontrato a pian del lot, caduti per mano nazista il 2 aprile 1944.
In un momento storico in cui era necessario tenere viva la fiamma del dissenso ognun faceva la propria parte per garantire la clandestinità e l’incolumità a partigian, staffette, solidali che si ritrovavano per riunioni lampo o scambio materiali anche nei momenti di festa.
Certo che i fascisti sapevano farseli i nemici, e facevano di tutto per alimentare questa loro abilità. Era evidente la loro volontà di spezzare ogni più piccola fiammella di vita che aleggiava tra gli operai. Anche durante la guerra, comunque, le tampe, seppur in numero minore, furono tenute in vita, non solo per la musica lirica, ma anche come luoghi di lotta politica. Erano, in alcuni casi, coperture dell’attività antifascista, o occasioni in cui la festicciola si trasforma in riunione.
Allora anche una serata in piola poteva trasformarsi in una lezione politica.
…
Si potevano lasciare fuori dalla porta della piola la sofferenza e la miseria, ma non l’istinto della lotta per la rabbia di sentirti schiavo. Ben esposti nelle sale e nel giardino si leggevano i cartelli in cui si consigliava di non parlare di politica, c’era il fascismo che pensava per noi, quindi era inutile perdere tempo. Nonostante tutto qualche barzelletta natifascista girava sottovoce, anche tra i gestori del locale, e spesso qualche volantino di propaganda era distrattamente infilato nei cappotti o lasciato sulle sedie. I controlli della polizia fascista erano frequenti e in quesi casi mio padre si allontanava per tutto il tempo necessario, fino a che non tornava con un sorriso soddisfatto, seppi poi che si recava a casa di un compagno, in piazza marmolada dove si smistavano i volantini e i giornali degli antifascisti.
…
Come notai, dunque, con il tempo, anche una serata dedicata al divertimento diventava motivo di lavoro politico. Si cambiava spesso locale, anche per non venire trovati facilmente dalle ronde poliziesche, si andava da Masera in piazza Robilant, da Poldo in via Monginevro o al “Polo Nord”, la vecchia piola di corso lione, così chiamata forse perché si riteneva il posto più freddo del borgo.
Compagne Resistenti
via Dante Di Nanni angolo Via Volvera
Allə sorellə che resistono, lottano e costruiscono reti di solidarietà contro la violenza patriarcale ieri, oggi e domani.
Cavallo Anticzarina
Via Monginevro, 6
Infatti fanno il processo e mi dànno due mesi in casa di correzione per oltraggio alla forza pubblica.
Allora dico: – Io in casa di correzione e dove debbo andare?
– Al Buon Pastore.
– Al Buon Pastore? Io non ci vado.
– Allora andrai in carcere, in corso Vittorio.
– Eh ben, io vado in corso Vittorio.
Mi portano in corso Vittorio e combinazione mi mettono in cella con due compagne che erano dentro per il processo per l’uccisione di Simola e Sonzini, dell’epoca dell’occupazione delle fabbriche, la Dutto e la Actis.
Una era di Biella. E cosí noi si cantava tutto il giorno l’Internazionale; avevamo un pettine, prendevamo un po’ di carta velina e allora una suonava, le altre ballavano. E le suore di là: – Ma state brave! – Quando cantavamo ci lasciavano cantare, non ci dicevano niente.
Ho fatto i due mesi e sono uscita.
Prima però mi portano in Questura in piazza San Carlo; dal mattino alle sette che mi hanno portato via dal carcere fino alle due del pomeriggio non mi lasciavano andare.
Allora mie sorelle han mandato Rabezzana, c’era Rabezzana allora, a vedere perché non mi lasciavano uscire.
– Adesso esce, adesso esce.
Invece, cara te, mi han dato tante di quelle botte, tante di quelle botte.
Poi mi han dato dell’anarchica e tutto…
Mi han dato delle botte perché volevano sapere il nome di quei
compagni che avevano incitato gli operai a fare l’occupazione delle fabbriche.
– Ma cosa ne so, io, sono piccola, non so niente, – dicevo, – io non conosco nessuno.
Uno mi ha preso qui…
Non per dire, ma ero una bella ragazza, avevo un petto così.
Mi ha preso lì…
Allora io gli ho dato un calcio; questo qui è andato a finire per terra.
Capisci?
L’ho proprio battuto lí… dove non batte il sole.
Allora puoi capire, mi sono saltati tutti addosso me ne hanno date da morire. Poi mi han preso così e mi hanno gettata fuori in piazza San Carlo.
E tutti dalla finestra che ridevano.
Avevo il cappellino che mi era andato tutto per traverso, perché allora sai che si portava il cappellino. Piano, piano, son arrivata in via Monte di Pietà all’Alleanza Cooperativa Torinese, reparto stoffe, allora lavoravo da sarta da uomo, dai miei compagni di lavoro e ho raccontato il fatto. Allora chi mi dava il caffè… chi mi dava qualcosa… Poi mi hanno accompagnata a casa.
Quando sono arrivata a casa mio padre fa:
– Adesso vieni alla Camera del lavoro.
– No, papà, perché han detto che vengono di nuovo a prendermi!
– Non avere paura.
Mi porta alla Camera del lavoro. C’era Mario Montagnana, dice: – Adesso racconta tutto quello che è successo, sta’ tranquilla che non te le dànno – e ha pubblicato il fatto sul giornale. L’ho ancora quel pezzo di giornale.
Loro, invece, hanno scritto: Una famiglia di anarchici. Pensa eravamo socialisti… «Una ragazzina di sedici anni ha creduto di prendere in giro la polizia…» tutto un fatto cosí. Ma non han raccontato che me le avevano
date.[…]
Poi sono venuti a cercare me.
E sono venuti un camion di fascisti, per prendermi.
Non ci hanno trovato subito perché la portinaia non ha aperto il portone, s’è nascosta.
Noi ci siamo nascoste prima a casa di una che era una nostra
simpatizzante. Poi ho detto: «No, guarda Pasquina, io me ne vado via perché non voglio metterti nei guai; io e mia figlia andiamo a nasconderci lí sotto e speriamo che non ci vedano».
Quando vieni fuori ti faccio vedere, c’è un terrazzo lí e io e Isotta, col cappotto e in camicia da notte, con gli scarponi, ci siamo andate a nascondere su quel terrazzo. I fascisti sono venuti in casa e non ci hanno trovato e non ci hanno visto. E poi siamo scappate.
[…]
Fatto sta che noi poi ci ha preso una doma, ci hanno caricato e ci hanno portate su a Lu Monferrato nella 107a Garibaldi. Facevamo il nostro lavoro lí.
Del ’44 siamo andate lí a marzo e siamo rimaste fino alla liberazione.
E poi non ti ho raccontato il fatto di quando sono andata a Milano a trovare mio marito quando c’era l’insurrezione delle carceri.
[…]
A Lu Monferrato facevamo questo lavoro: davamo informazioni, l’Isotta scriveva a macchina tutto quello che c’era da fare per la brigata.
Alla sera venivano i compagni partigiani. Si chiamava «Il sabbione»
dove eravamo noi… Questa casa era di uno zio di Carnera, il nostro comandante si chiamava Carnera, e suo zio era padrone di quella casa lí e allora ci avevano messo lí. Sopra c’era un’inquilina. Io avevo nome Vera Ferrero e Isotta si chiamava Mira.
Questa donna che c’era sopra di noi tutte le sere sentiva… avevamo un cancello di ferro che sbatteva. Venivano i partigiani a prendere le armi che noi nascondevamo in cantina, c’era tanta sabbia lí. Poi, quando c’era la neve in cortile e c’erano i fascisti che venivano su, allora la macchina da scrivere e tutto, si metteva dentro i sacchi in mezzo a quella montagna di neve, si nascondeva lí dentro.
Fatto sta che io andavo a prendere il latte per tutte ’ste donne del paese, che erano contadine che andavano in campagna; in compenso chi mi dava una pagnotta di pane, chi mi dava qualche cosa.
Nel frattempo ho conosciuto le lattaie, quelle che portavano il latte da Casale; anche queste collaboravano con i partigiani, capisci? Allora io ho capito che c’era qualcosa tra me e loro e una mi dice: – Ah, Vera, guardi lei la fila, metta le donne in fila, mi dia la sua borsa – e me la riempivano.
E io ho detto: – Ma, vedo che siete tanto buone, io sono una sfollata, vengo da Milano.
– Ah, abbiamo capito, abbiamo capito, ma c’è qualche legame tra noi, – ha detto questa qui.
E io: – Be’, se avete capito, io ho bisogno di benzina, – perché i
partigiani avevano bisogno di benzina.
Allora lei mi fa: – Ah, visto?
Io ero staffetta, portavo il materiale da una parte all’altra.
E una volta siamo andati in una cascina tra Casale e Lu. C’erano diverse cascine intorno e i contadini s’erano data parola che se arrivavano i partigiani avrebbero sparato addosso.
Allora si va su e c’era uno che si chiamava D’Artagnan, l’altro…
insomma i tre moschettieri.
Andiamo su nella notte, si andava a prendere il bue, da mangiare insomma.
Sono entrati nella stalla e sopra ci avevano sentito e ci sparano.
Basta, abbiamo portato via un vitellino e un bue.
Siamo scesi nella valle e da una cascina all’altra si dicevano: – Li
abbiamo fatti scappare! – E noi giú a ridere, perché avevamo già portato via le bestie.
E facevamo questi lavori, ma piú di tutto era Isotta che correva. Poi noi andavamo aiutare a tagliare il grano, a vendemmiare. Ci prestavamo, facevamo tutti i lavori per avere il pane, mentre facevamo il nostro lavoro da partigiane.
Le donne del paese capivano che c’era qualche uomo che veniva in casa nostra. Io alla sera andavo nella stalla con queste donne, chiacchieravo con loro, dicevo della guerra, che era brutta, che dovevano capire che le cose dovevano finire presto perché i fascisti stavano perdendo piede. Basta,
raccontavo tutte queste cose.
Isotta stava sola in casa. Venivano i compagni e lei dava il materiale. E allora avevano capito che io vendessi mia figlia, capisci? Alla fine quasi ci guardavano un po’ di sbieco.
Quando poi è finita la guerra viene su Ferrero e trova tutte queste donne, sai che si seggono fuori la sera, e fa:
– Non c’è Vera?
E allora: – Adesso vi racconto la storia di Vera
Si è seduto in mezzo a loro e dice:
– Non è come voi credevate; guardate che quella ha fatto un grande lavoro è stata in carcere, suo marito è stato tanti anni in carcere, tutto per il bene vostro…
E gli ha raccontato tutta la nostra storia.
Tutte piangevano poi ’ste donne.
– Ah, noi non sapevamo, noi vedevamo tanti uomini venire lí, però capivamo che ci voleva bene perché ci aiutava, ci portava il latte…
da Compagna – Bianca Guidetti Serra



