MURI, GABBIE E MILIONI – Puntata 1 – CPR di Torino – Gepsa

🔴Puntata 1 

Cpr di TORINO
Ente gestore: GEPSA

Gepsa gestisce il CPR di Torino dal 2018. Dal 2014 al 2017 ha amministrato la struttura in collaborazione con l’associazione Acuarinto percependo 37,90 euro a detenuto, cifra che si è ridotta nell’ultimo bando che ha visto Gepsa vincitrice.


Gepsa, multinazionale del gruppo Engie – ex Gdf Suez – è specializzata in gestione e logistica di carceri e strutture detentive. Attiva in Francia nel mercato della detenzione dei migranti e delle carceri, Gepsa ha consolidato la sua presenza anche in Italia. Offrendo prezzi dal 20 al 30% inferiori a quelli dei suoi concorrenti ha ottenenuto nel 2014, oltre la gestione del CIE di Torino, la gestione del CIE di Ponte Galeria (Roma), dell’ex-CIE di via corelli (Milano) convertito lo stesso anno in Centro di primo soccorso e accoglienza.
Tra il 2010 e il 2013, Gepsa in associazione con Acuarinto e Synergasia ha gestito il Cara di Castelnuovo di Porto (Roma) dopo aver vinto una gara d’appalto del valore di 34 milioni di euro.
Nel 2011, sempre in associazione con Acuarinto, Gepsa ha partecipato al bando di gara per la gestione del Cie e del Cara di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) risultando vincitrice in un primo momento ed esclusa subito dopo per un’irregolarità amministrativa.

Durante gli anni della gestione Gepsa, nel CPR di Torino si sono verificate due morti e numerosi casi di autolesionismo e rivolta. Nonostante la difficoltà di comunicazione verso l’esterno, numerose sono state le denunce dei detenuti sulle condizioni inumane in cui sono obbligati a vivere: cibo avariato ed imbottito di calmanti, celle sovraffollate, somministrazione massiccia di psicofarmaci da parte del personale medico Gepsa oltre pestaggi e torture, a cui l’azienda assiste indifferente, da parte della polizia.
Ad oggi, all’ingresso del CPR la polizia sequestra i telefoni ai detenuti che possono comunicare verso l’esterno solo attraverso una cabina telefonica ma non possono ricevere chiamate in entrata. Gepsa, che dovrebbe occuparsi del funzionamento della linea telefonica utilizzabile, ha tutto l’interesse a non eseguire manutenzione limitando, in questo modo, la possibilità di denuncia da parte dei reclusi.
Definire chi è Gepsa non è semplice: il suo profilo è come una matrioska e per capire quanto sia contorto e ipocrita questo meccanismo bisogna risalire a Engie, che con le sue società controllate si occupa di energia, gas, rinnovabili, acqua, ingegneria, infrastrutture, mobilità, per un fatturato che si aggira intorno ai 60 miliardi di euro. Fino al 2015, Engie si chiamava GDF Suez, un nome legato a progetti controversi finanziati
in ogni parte del mondo e in più settori, dal nucleare alle grandi dighe. Oggi, Engie è uno dei più grandi
gruppi di fornitura energetica al mondo ed è tra i protagonisti della transazione alle fonti rinnovabili. Engie ha mani ovunque: gestisce microreti e sistemi di stoccaggio di energia in Europa, America Latina, Asia e Africa; è coinvolta nella costruzione del gasdotto Nord Stream 2 che trasporterà gas dalla Russia alla Germania passando per il Mar Baltico – un progetto che crea forti tensioni tra Unione Europea, Stati Uniti e
Russia. In Italia, Engie si occupa non solo di CPR e gestione dell’accoglienza, ma ha siglato anche importanti partnership con FCA, con la quale ha da poco inaugurato proprio a Mirafiori l’impianto pilota Vehicle-to-Grid, e con Amazon, insieme al quale costruirà due impianti agro-fotovoltaici in Sicilia che consentiranno la produzione di energia rinnovabile per alimentare le sedi di Amazon Italia.


Cosa significano questi interessi intrecciati? Se è vero che in un futuro non troppo lontano ci sarà un aumento dei flussi migratori, anche relativi ai cambiamenti climatici, è vero anche che la libertà di queste persone sarà controllata e gestita proprio dalle aziende che cavalcano l’onda green, aziende dai mille tentacoli, protagoniste tanto della gestione della detenzione, quanto della transazione energetica mondiale, che mentre propagandano sull’obiettivo comune di garantire “accesso universale, economico ed affidabile all’energia pulita” si fanno complici di chi calpesta i diritti umani.

CHI GESTISCE UN CPR è COMPLICE DELLA SUA ESISTENZA.
CHIUDERE TUTTI I CPR, SUBITO

MURI , GABBIE E MILIONI: L’affare della detenzione amministrativa

Inchiesta a puntate a cura dello Sportello Il-legale Antirazzista

Fin dalla loro nascita nel 1998, i campi di detenzione amministrativa e deportazione dei e delle migranti sono stati un grande affare per le associazioni, le ONG e le aziende vincitrici degli appalti di gestione.
Risalendo la storia di queste infami strutture fino alla loro nascita, possiamo osservare come i primi Centri di Permanenza Temporanea (CPT) fossero gestiti principalmente da Associazioni Umanitarie e ONG spesso legate alla sinistra istituzionale. Tali realtà si prefiggevano l’obiettivo, talvolta ingenuamente, talvolta in malafede, di umanizzare questi centri detentivi i quali, fin dal principio, mostrarono la loro natura di lager.
Inizialmente la maggior parte dei CPT era gestita dalla Croce Rossa, associazione che da sempre ha fatto vanto della propria “neutralità” in materia di soccorso, spesso rimasta indifferente o ancor peggio complice di torture in questi centri. (La storia di Fathi – CPT Torino –> https://gabrio.noblogs.org/post/2008/05/25/qua-siamo-come-in-un-canile/).
Solo nel 2004, la Croce Rossa ha incassato, per la gestione dei lager di Milano, Bologna, Torino e Roma, più di 20 milioni di euro (3,9 milioni solo per il CPT di Torino). Tenendo il focus sul CPT di Torino, la gestione a cura della Croce Rossa è durata per ben 14 anni, al termine dei quali la palla è passata in mano alla multinazionale francese Gepsa consorziata per l’occasione con Acuarinto, associazione “umanitaria” dai contorni poco limpidi, protagonista nel business dell’accoglienza.
Questo cambio di paradigma nella gestione delle strutture di detenzione amministrativa può essere esteso su tutto il territorio italiano. Negli anni, infatti, la variabilità del numero di detenuti nei CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio – ex CIE), la competizione sempre più orientata ad una strategia di prezzo al ribasso e all’eliminazione di servizi essenziali hanno generato un divario tra gli enti caritatevoli/piccole cooperative e i professionisti del settore. Questi ultimi, principalmente rappresentati da cooperative, consorzi di cooperative e multinazionali, hanno via via consolidato il loro dominio nel business della
detenzione amministrativa sbaragliando la concorrenza. L’interesse economico che guida le loro proposte non lascia alcuno spazio a considerazioni di tipo etico. Se il margine di guadagno dipende dalla variazione numerica dei reclusi, una delle scontate necessità (neanche troppo celate) è quella di avere i CPR sempre pieni.
La negligenza (in diversi casi ricercata e punitiva nei confronti dei reclusi) di chi gestisce le strutture, oltre che la legittima richiesta di libertà da parte dei detenuti, sono le cause principali delle rivolte che scoppiano continuamente all’interno dei CPR. Il danno economico non trascurabile di queste azioni di ribellione ha comportato un sempre più stretto rapporto organizzativo degli enti gestori con la polizia. L’ente gestore,infatti, più che essere un osservatore esterno nella quotidianità della detenzione è direttamente
responsabile delle condizioni disumane in cui i reclusi sono costretti a vivere e complice delle violenze che la polizia commette ogni giorno.

PRIVATO È MEGLIO
I privati applicano la strategia del ribasso sui costi di gestione dei CPR in modo da minimizzare le spesecostringendo i reclusi a condizioni ancor più precarie. Non è un caso che questo meccanismo capitalista si rifletta nella “gestione dei migranti” attraverso la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato nella gestione delegata dei centri. Come in ogni altro settore, anche nella detenzione amministrativa, la gestione affidata a privati basa le sue fondamenta sulla retorica dell’efficienza (di questi ultimi) e del risparmio per la macchina statale in tempi di Austerity. Le strutture private infatti, con delle offerte ribassate per i servizi ai reclusi, garantiscono allo Stato di investire maggiormente sull’aspetto repressivo.

Negli anni infatti ad una diminuzione costante delle offerte private è corrisposto un aumento vertiginoso dei costi per l’ammodernamento delle strutture, impianti di sorveglianza e personale di sicurezza per rendere più efficienti possibile, dal punto di vista repressivo, queste strutture. In questo modo le istituzioni riescono a scaricare a terzi le responsabilità etiche e politiche della gestione dei CPR coprendosi gli occhi di fronte al taglio dei servizi o allo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici degli enti gestori e delle
aziende in subappalto.

– NEL CUORE DEL BUSINESS: La corsa agli appalti.
I bandi per la gestione dei CPR sono emessi dalle prefetture territorialmente competenti e hanno una durata di 12 mesi rinnovabili per un periodo non superiore ad ulteriori 12 mesi. Precedentemente al DL. 113/2018 (cd. Decreto Sicurezza e Immigrazione) la durata del contratto poteva essere fissata a due o tre anni.
Le condizioni di rinnovo sono rimaste invariate nonostante il nuovo decreto: “In caso di rinnovo, la Prefettura procederà a stipulare un nuovo contratto di appalto, alle medesime condizioni del precedente, previa negoziazione avente ad oggetto esclusivamente l’eventuale modifica del numero complessivo di posti, tenuto conto delle presenze effettive al momento del rinnovo nonché del fabbisogno stimato in base
all’andamento dei flussi.”
La fornitura di beni e l’erogazione dei servizi di accoglienza sono variabili e ogni bando ha specifiche richieste di gestione e di prestazione che vanno dal servizio di pulizia e lavanderia, all’erogazione di beni per l’igiene personale, dalla fornitura di servizi di comunicazione con l’esterno (secondo regolamento interno ad ogni CPR) al servizio di assistenza sanitaria (una visita medica d’ingresso e il primo soccorso sanitario, la tenuta di una scheda sanitaria per ciascun ospite) passando per la distribuzione di cibo.
Questi bandi sono molto spesso poco chiari e interpretabili da chi li vince con una flessibilità che gli garantisce discrezionalità
di operato e un margine di guadagno considerevole. Ancora meno trasparenza esiste rispetto alle aziende a cui vengono subappaltati i servizi da parte degli enti gestori. Le trattative, infatti, vengono demandate completamente agli attori privati, i quali non sono obbligati a dichiarare a chi vengano subappaltati i servizi,a che prezzo ed in base a quali standard di qualità.
Delegare la gestione di questi centri ai privati significa deresponsabilizzazione della politica, mancanza di trasparenza, difficoltà ad accedere a dati ed informazioni riguardanti la vita interna ai centri. Aspetti che rendono molto difficile l’azione di denuncia e della solidarietà dall’esterno.

🔴Puntata 1
Cpr di TORINO
Ente gestore: GEPSA

 

11° Compleanno PPDDN

la Palestra Popolare Dante Di Nanni è finalmente pronta (e super felice) di invitarvi a festeggiare insieme i suoi 10anni+1!

Non avendo potuto festeggiare l’anno scorso come avremmo voluto (e per ovvi motivi), abbiamo deciso di farlo quest’anno e di farlo in grande.

Il party avrà inizio giovedì 24 giugno con un CENEFIT special edition che partirà dal tardo pomeriggio, ore 17.30, con ben 3 workshop: graffiti, serigrafia e twerking (outfit consigliato: pantaloncino corto)!

Ripartiamo dalla pratica per riprenderci i nostri corpi e gli spazi e per rimetterli subito in gioco! 

A seguire cena benefit palestra: cous-cous e tiramisù!

Seguirà il venerdì 25 giugno una giornata di sport popolare al Parco Mennea (borgata polo nord), per riprenderci gli spazi pubblici e denunciare le speculazioni che sono state fatte e continuano a essere proposte nei quartieri in nome di maxi eventi sportivi che non lasciano nulla agli/alle abitanti, che anzi vengono derubati dei loro spazi, e servono solo ad arricchire i soliti noti (lo abbiamo visto con le olimpiadi del 2006, e non vogliamo rivederlo con le universiadi!).

Ci troviamo alle 17.30, con birrette musica e presa bene, per organizzare le squadre e giocare insieme a pallacanestro, volley, ping-pong e per una battaglia di gavettoni (porta l’arma ad acqua che vuoi trovare!).

Infine, concluderemo Sabato 26 giugno con l’immancabile festa in piscina al CSOA Gabrio! dalle 15.30 piscina, mojito, pane e panelle, distro e tanta musica live dalle 18

Saranno con noi i Mefisto Brass, The Blacklava, The Malvos e John Bringwolves.

Palestra Popolare Dante Di Nanni                     

Da oltre 10 anni SEMPRE DALLA STESSA PARTE

PEDALATA ANTIRAZZISTA – 18 GIUGNO 2021

🚴‍♀️PORTA LA BICICLETTA – ODIA IL RAZZISMO🚴‍♂️

📆Venerdì 18 Giugno
⏰Ore 17:30
📍 Partenzada Corso Verona angolo Corso Brescia

✊Attraversiamo le strade di Torino per denunciare le responsabilità di chi ogni giorno agisce discriminazioni.

Le frontiere non sono solo quei limiti immaginari che separano uno stato dall’altro e che vengono percorsi da persone con o senza documenti ogni giorno. Sono soprattutto quei luoghi dove emerge chiaramente il razzismo istituzionale, quei luoghi che diventano brutalmente discriminatori solo per alcun*.
I CPR, gli hotspot, gli uffici della prefettura per il rinnovo dei documenti, le forze dell’ordine, i decreti sicurezza, le sanatorie farsa sono a tutti gli effetti gli ingranaggi di un sistema razzista che mira, in maniera per nulla nascosta, ad ostacolare e mettere in pericolo la vita delle persone migranti e immigrate che con la pandemia stanno subendo un peggioramento evidente alle già pesanti discriminazioni esistenti.

🔴STOP AL RICATTO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
I tempi di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno non vengono mai rispettati dall’ufficio delle prefettura per il rinnovo dei documenti. I termini di 30 giorni dichiarati dalla Questura si trasformano in mesi di attesa per i richiedenti che spesso sono da anni all’interno di questo labirinto burocratico.

🔴STOP ALLA DISCRIMINAZIONE DEI GENERE
Le donne migranti si trovano in una posizione di particolare vulnerabilità e ricattabilità dovuta alla mancanza di possibilità lavorative che vada oltre il lavoro di cura e il lavoro sessuale. Lavori in nero, sottopagati, che non consentono di accedere ad alcuna tutela, e spesso espongono queste donne a violenze e forme di sfruttamento continue che non possono denunciare se non rischiando di perdere il lavoro o di finire in un CPR se sprovviste di documenti.

🔴SANATORIA 2020, UN FALLIMENTO ANNUNCIATO.
Sono state evase meno del 10% di tutte le richieste presentate. Le prefetture sembrano bloccate, la documentazione richiesta, tutt’altro che semplificatrice, complica l’accesso a questa procedura e nell’attesa di convocazione tanti lavoratori e lavoratrici continuano a subire il ricatto e lo sfruttamento del lavoro nero.

🔴CHIUDERE TUTTI I CPR, SUBITO.
Nei CPR si continua a morire. Poco più di due settimane fa, Moussa Balde, un ragazzo guineano di 23 anni, è morto mentre era recluso al CPR di Torino. Questa morte si aggiunge alle altre cinque avvenute tra giugno 2019 e dicembre 2020.
Le condizioni di vita nei CPR, già precarie prima della pandemia – sovraffollamento, condizioni igieniche precarie, cibo scadente, violenze e abusi da parte della polizia – hanno subito un ulteriore peggioramento durante il lockdown con un aumento della repressione come “rimedio” al rischio di contagi. I reclusi sono stati trattenuti dentro questi lager nonostante le frontiere fossero chiuse e i rimpatri non potevano essere effettuati.

GUAI A CHI CI TOCCA! Compagnə Bruciamo Tutto!!

La rabbia ci invade alla notizia che due nostrə compagnə sono statə
aggreditə a Palermo da un gruppo di ragazzi omofobi che mal sopportavano la
loro libera esistenza.
Abbiamo attraversato le strade di San Paola non poco tempo fa accanto a loro, con forza e determinazione, per ribadire che la società antifascista che vogliamo è e deve necessariamente passare dalla consapevolezza transfemminista.

Non tolleriamo più l’agibilità che viene data ai fascisti e ai vari  partiti che tutti i giorni ci perforano i
timpani e provano a lavarci il cervello con la loro propaganda omofoba, machista e patriarcale. Non tollereremo più neanche le finte soluzioni governative, i ddl anacronistici, il rainbow-washing dei/delle personaggi/e politiche di vario calibro, nè tantomeno il bigottismo strisciante frutto dell’impoverimento culturale ed umano costruito da anni di vuoto politico e occupazione sistematica degli spazi di parola, agito da chi semina diffidenza e rabbia travestendosi da salvatore della società e della
morale. La vostra morale che ci violenta nelle case e picchia e insulta nelle strade, che ci molesta e schiaccia nei luoghi di lavoro, che ci fa lottare ogni giorno solo per esistere ci disgusta. La misura è colma.

Compagnə siamo con voi e siamo voi, con la nostra rabbia e con i nostri
corpi. Insieme: abbattiamo il patriarcato, costruiamo un mondo nuovo,
cacciamo machisti, omolesbobitransfobici ,sessisti, razzisti, classisti,
fascisti fuori dall’universo.

 

GUAI A CHI CI TOCCA!

I muri sono fatti per essere arrampicati

Essere ribellə significa anche non arrendersi.

Dall’apertura dell’inutile Cantiere di Chiomonte lo storico settore boulder della Maddalena ha subito un lento ed inesorabile abbandono: l’obbligo di farsi identificare per accedere all’area, le recinzioni con il filo spinato ed il presidio costante di esercito e polizia la fanno sembrare una zona di guerra più che un ottimo posto per passare una giornata ad arrampicare.

Per questo ieri siamo tornatə proprio lì a fare boulder con il Comitato Giovani No TAV. Abbiamo segnato con dei bollini rossi il percorso che porta al settore centrale, così da aggirare agevolmente il check point di via dell’Avanà, e abbiamo pulito i primi blocchi da muschio, rovi e sterpaglie.

Essere una palestra popolare significa anche riuscire a creare punti di contatto e intersezione tra le lotte. Ricordarci che il nostro impegno nella costruzione di spazi e momenti liberi da gerarchie, sessismo e capitalismo non è isolato ma è condiviso da una più ampia rete sociale arricchisce il nostro percorso politico e ci fa sentire parte di una collettività.
Riportare i nostri corpi di sportivə e appassionatə tra i castagni appena fuori dalle mura del Cantiere ci permette di conoscere il territorio che ci vogliono sottrarre e che vogliamo difendere.

La libertà di movimento è per noi essenziale: scalatori e scalatrici che vedono nelle mura nient’altro che ostacoli scalabili e non frontiere inattraversabili. Questo va in contrasto con ciò che è accaduto a Musa, ucciso dallo Stato italiano dentro le mura del CPR, dove era costretto ad una situazione di immobilità dopo abusi e soprusi subiti.

Contro ogni frontiera! Musa vive, i morti siete voi!

Non ci siamo ancora arresə all’idea di aver perso l’ennesimo luogo che ci sta a cuore per colpa di un’opera inutile e dannosa.
Non difendiamo la natura, siamo la natura che si difende.

Moussa Balde , un suicidio di Stato

Ancora una volta ci troviamo a scrivere di una morte all’interno del Lager per migranti di corso Brunelleschi.
Ancora una volta si tratta di una morte avvenuta in maniera poco chiara, in cui sono evidenti le responsabilità di polizia e di Gepsa, l’ente gestore del CPR.
Musa, un ragazzo di soli 23 anni, è stato trovato senza vita all’interno dall’ospedaletto, un’area detentiva separata dalle altre, utilizzata ufficialmente per isolamento sanitario, ma che molto più spesso serve come area di isolamento punitivo.
La prime dichiarazioni delle forze dell’ordine parlano di suicidio per impiccagione tramite un lenzuolo. Le testimonianze che con fatica riescono a uscire dalle mura del Cpr lasciano, invece, la porta aperta ad altre ipotesi ancor più inquietanti.

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(R)Esistere – 73 anni dalla Nakba – Progetto Palestina

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● Sabato 15 maggio ore 15 – Piazza Castello Torino

● Installazione di una mostra fotografica che racconta la Palestina accompagnata da musica e canzoni

● Domenica 16 maggio ore 19 – CSOA GABRIO

● Proiezione del film “1948” di M. Bakri (1998)

***
Il 15 maggio ricorre l’anniversario della Nakba, la catastrofe che diede avvio all’esodo di 700.000 palestinesi, espulsi e costretti ad abbandonare le proprie case e le proprie terre in seguito alla distruzione di centinaia di villaggi a opera del nascente Stato di Israele.

Si contano ad oggi:
73 anni di pulizia etnica perpetrata dallo stato di Israele ai danni del popolo palestinese.
73 anni di violenze ed abusi quotidiani, di assedio e privazione dei diritti umani.
73 anni in cui il popolo palestinese, generazione dopo generazione, continua a lottare e resistere affiché vengano garantiti i propri diritti fondamentali, come il diritto al ritorno dei profughi che, nonostante venga sancito da numerose risoluzioni ONU, non solo non viene rispettato ma viene in tutti i modi ostacolato.

In questi decenni, infatti, Israele non solo ha impedito il ritorno dei profughi, ma ha annesso a sé numerose terre palestinesi, costruendovi colonie israeliane, trasformando così l’intera configurazione geografica della Palestina in una realtà frammentata e invivibile.

Ancora oggi, i palestinesi affrontano quotidianamente il dramma dell’espulsione dalle loro case e dalle loro terre. Ciò che sta accadendo a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est, proprio in questi giorni ne è un esempio chiaro: più di 200 palestinesi devono affrontare lo sgombero e lo sfratto forzato dalle loro case perché i coloni israeliani le hanno reclamate. Quotidianamente assistiamo a presidi di solidarietà e manifestazioni organizzate dalle/dai palestinesi di Sheikh Jarrah che vengono represse violentemente dall’esercito israliano. Questo è in continuità con ciò che accadde nel 1948 in Palestina.

Un muro lungo 730km, illegale secondo il diritto internazionale, è stato costruito da Israele al fine di segregare, frammentare e limitare la libertà di movimento dei palestinesi. Per poter passare da una parte all’altra i civili palestinesi devono superare dei checkpoints dove sono costretti ad aspettare per ore e ore senza la certezza di poterlo infine attraversare.

La striscia di Gaza è la più grande prigione a cielo aperto: l’uscita e l’ingresso di persone a Gaza, così come quello di medicinali e beni necessari, sono ostacolati quotidianamente a causa dell’embargo.
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite del 2008, Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2020. Ebbene siamo nel 2021 ma la situazione non è cambiata né accenna a migliorare.

Con l’epidemia di covid, la situazione in Palestina non ha fatto altro che peggiorare. Invece di proteggere TUTTA la sua popolazione, lo stato che si proclama unica democrazia del Medioriente ha intensificato le violenze, gli abusi e le discriminazioni ai danni dei Palestinesi. Israele non ha garantito ai cittadini palestinesi dei territori occupati vaccini, tamponi o dispositivi di protezione. Questo è il modello israliano dei vaccini che i nostri media tanto adulano.
Le misure contenitive anticovid sono state strumentalmente utilizzate per incrementare la segregazione e l’oppressione dei palestinesi, come gli ultimi fatti a Gerusalemme ci dimostrano.

Mentre Israele festeggia il 73esimo compleanno, fondato sulla distruzione, il genocidio, il razzismo e l’oppressione di un intero popolo, i palestinesi ricordano la Nakba. Una catastrofe che continua da 73 anni e non accenna a fermarsi. Continuano gli abusi sui civili, gli incedi e le demolizione delle case, le incursioni dell’esercito nei campi profughi, le espulsioni, i bombardamenti su Gaza e le annessioni di territori, illegali persino secondo le risoluzioni ONU.
Diverse le minacce di sanzioni millantate dall’UE tuttavia non sono altro che un tentativo di finta equidistanza e pacifismo che sappiamo essere prive di reale fondamento. Nella realtà, UE tesse stretti legami e rapporti economici, bellici e nella ricerca che di fatto legittimano e finanziano il colonialismo israeliano.

Scendiamo in piazza per ricordare la Nakba e denunciare le politiche oppressive, coloniali e di aparteid portate avanti dallo stato di Israele. Scendiamo in piazza per porre attenzione su ciò che sta accadendo a Sheikh Jarrah.
Diamo voce alla la resistenza del popolo palestinese, che lotta e si difende da 73 anni e reagiamo contro il silenzio complice internazionale, dei media e delle nostre istituzioni.

LA NAKBA CONTINUA, LA PALESTINA RESISTE!

BDS Torino
Giovani Palestinesi d’Italia
Collettivo Ujamaa
Giosef Torino Marti Gianello Guida APS
CSOA Askatasuna
Cambiare Rotta Torino – Noi Restiamo
Movimento No Tav
Le famiglie dello Spazio popolare Neruda
Infoshop Senza Pazienza
CSA Murazzi
Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito
Auletta Autogestita C1
Circolo ARCI Margot
Kollettivo Studenti Autorganizzati Torino – KSA
CUB Piemonte
USB Piemonte
Potere al Popolo Piemonte
Rete 21 marzo – Mano nella mano contro il razzismo
La Credenza – Bussoleno
Ah Squeerto Assemblea Queer Torino
Prendocasa Torino
Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso
Palestra Popolare Dante Di Nanni
Mediterranea – Torino
Dynamo Dora Rugby
NO TAV- Torino&Cintura
Ass. Islamica delle Alpi – Torino
Maurice GLBTQ
Associazione Almaterra
Si Studenti Indipendenti
LaSt Laboratorio Studentesco
Csoa Gabrio
OSA Torino
Movimento NO TAV
Fridays For Future Torino
Associazione Almaterra Torino
Non Una di Meno – Torino
ANPI “68 Martiri” Grugliasco
Comitato di Zona Aurora
Centro Studi Sereno Regis
Torino per Moria
Associazione Il Pulmino Verde
Associazione Lisangà
West Climbing Bank

Libertà per le rivoluzionarie e i rivoluzionari comunist* arrestat* in Francia

Tra ieri ed oggi, politici e giornalisti di ogni schieramento gongolano per l’arresto di 9 militanti appartenenti a formazioni rivoluzionarie comuniste ,da anni rifugiati e rifugiate in Francia per evitare la persecuzione politica dello Stato Italiano.

Vogliamo esprimere innanzitutto la nostra solidarietà ai ed alle militanti che a distanza di più di 40 anni continuano ad essere braccat* dalle forze della repressione borghese. Ignobile vendetta di stato, che però ci restituisce la misura della paura che le idee rivoluzionarie ancora incutono nelle elites politico-economiche europee.

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1 maggio 2021 – SUL PNRR DECIDIAMO NOI! Reddito Salute Documenti Transizione ecologica

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Alla fine sapevamo tuttə che il 1 maggio sarebbe finito così: CGIL-CISL-UIL chiusi in un palazzo con la Sindaca e il Presidente di Regione a tener discorsi di circostanza proiettati da un maxischermo nel centro città, davanti a cui burocrati e funzionari sindacali prezzolati fanno le comparse di una democrazia sindacale da anni morta e sepolta sotto tonnellate di concertazioni, di contratti nazionali e di accordi sottoscritti a ribasso sulla pelle di lavoratrici e lavoratori.
D’altronde era stato lo stesso leader di CGIL, Maurizio Landini, a definire di “alto profilo” il discorso di insediamento del Presidente del Consiglio Mario Draghi e a dichiarare in un’intervista al quotidiano ‘la Repubblica’ che “con Draghi possiamo far uscire l’Italia dalla precarietà del lavoro”. I sindacati confederali lontani anni luce dai bisogni di chi lavora (o non lavora) e complici assertivi di questo o quel governo non sono certo una novità di oggi.
La misura è però veramente colma. Il Governa Draghi è la massima espressione politica della difesa di privilegi, del favoreggiamento di grandi imprenditori e dell’ingiustizia sociale su cui si basa la supposta democrazia nel nostro Paese. Un governo che mette insieme tutti, dalla Lega al Partito Democratico a Forza Italia passando per il Movimento 5Stelle, tutti alla corte del banchiere Draghi, con una spartizione certosina dei fondi (290 miliardi di euro) del Piano Nazionale di Ricostruzione e Resilienza e dei ministeri: i tecnici dove si spende, i politici dove si chiacchiera.
Un governo della crisi, un governo prodotto perfetto della fase in cui viviamo. La fase della ‘sindemia’, dove la nostra salute e le nostre vite non sono attaccate solo da un virus, ma sono messe a rischio da un intreccio di fattori biologici e sociali sfavorevoli, dati da decenni di politiche classiste che penalizzano la vita dei settori popolari della società. Da solo questo virus non sarebbe stato in grado di produrre tanti danni alla salute umana se non avesse attaccato popolazioni alle prese con un ambiente inquinato e nocivo, cattiva alimentazione, elevata incidenza di malattie croniche e condizioni sociali di povertà generalizzata e diffusa.

Ecco perché anche quest’anno, ancora una volta e una volta in più il nostro 1 maggio non può che essere nelle strade, lontano e contro i palazzi del potere, per prenderci reddito, diritto alla salute, dignità, per prenderci quanto è nostro di diritto e che ci viene sottratto sempre più.

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