25 APRILE 2021 – Storia di scioperi, insurrezioni e rivolte, circoli clandestini e resistenza

Comunicato e programma

Videoletture #Partigianeovunque #Partigianesempre

La passeggiata resistente per le vie di Zona San Paolo Antifascista

Videoletture #Partigianeovunque #Partigianesempre

Episodio 1 – Brano tratto dal libro “La casa in montagna – Storie di quattro partigiane” di Caroline Moorehead

Ada Gobetti durante la Resistenza, coordina le brigate partigiane in Val Germanasca ed in Val di Susa. Unica donna partigiana ad intervenire al convegno del Comitato di Liberazione Nazionale, chiedendo che si facesse luce su quello che era stato il movimento femminile durante la Resistenza.

«Non abbiate paura, non vi faccio ritardare il pranzo, parlerò tre minuti. Avrei voluto che in questo studio storico del CLN si parlasse un momentino dei Gruppi di Difesa della Donna. E debbo confessare che quando sono venuta qui a parlare, ero seccata, perché dico: ma, proprio io devo venire a parlare delle donne? Tutti gli uomini che hanno parlato prima, forse pensano che parlare delle donne non sia virile? Allora, vorrei, io vorrei, che qualche giovane studente, senza distinzione di sesso, non facciamo discriminazioni, volesse fare oggetto di studio quello che è stato il movimento femminile durante la Resistenza, dall’8 settembre al 25 aprile, per arrivare poi a vedere quella che è stata l’azione delle donne uscite dai Gruppi di Difesa e dai CLN, nelle varie Amministrazioni o nelle posizioni di Governo o di Amministrazione che hanno avuto poi allora.»

Episodio 2 – Brano tratto dal libro “L’evasione impossibile” di Sante Notarnicola

Bandito poeta della banda Cavallero, ancora adolescente raggiunge la madre a Torino dove inizia a frequentare gruppi di operai e di ex partigiani e con loro milita prima nella FGCI, poi nel PCI. Dopo una serie di espropri e rapine verrà arrestato e i giudici si affanneranno ad attribuirgli etichette sempre diverse, da sobillatore a sovversivo, da nappista a brigatista, da irrecuperabile a irriducibile.

Venni dal Sud
con la mia valigia di cartone

Il padrone
gettò al volo cinquanta lire
al guardiano delle macchine:
“Tieni ragazzo, divertiti!”
Le cinquanta lire rotolarono
sull’asfalto fermandosi
vicino ad un tombino.
Soddisfatto il padrone
entrò nell’Hotel
con la sua puttana.
Guardai la moneta
allungai il piede
spingendola nel buco.

Pioveva. Lunga,
lunga la strada
per la periferia. Quella
sera non presi il tram,
mi mancavano cinquanta lire.

Venni dal Sud
con la mia valigia di cartone.

Episodio 3 – Brano tratto dal libro “Senza tregua – La guerra dei GAP” di Giovanni Pesce

Giovanni Pesce nel 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino. Qui svolse, con il nome di battaglia “Ivaldi”, numerose azioni di sabotaggio contro l’occupante nazista e uccise diversi esponenti del regime fascista partecipando con tenacia alla spietata guerriglia urbana solitaria condotta dai gappisti comunisti.

“Chi furono i gappisti? Potremmo dire che furono “commandos”. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici “commandos”. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai “tregua” al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi… Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l’attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all’invasore, per conservare qualche briciola di potere. Gli episodi più straordinari e meno conosciuti di questa lotta si svolsero nelle grandi città, dove il gappista lottava solo e braccato contro forze schiaccianti e implacabili; sono coloro che colpirono subito i nazisti sfatando il mito della loro supremazia e ricreando fiducia negli incerti e nei titubanti i quali ripresero le armi in pugno.“

Episodio 4 – Brano tratto dal libro “Una fame instancabile” di Silvio Borione – Giaka


Eugenio Giaretti conosciuto con il nome di battaglia Tarzan partecipa alla campagna in Russia dove viene ferito. Rientrato a Torino, durante il periodo di convalescenza, viene richiamato alle armi. Non risponde alla chiamata e si reca nella Valle di Lanzo dove si unisce alla IV Brigata Garibaldi. Rientrato a Torino, si unisce alla resistenza cittadina sino al 1945 quando, un gruppo della RAP, lo lascia morente fra Via Monginevro e Corso Racconigi. Portato al Mauriziano verrà qui nuovamente prelevato e portato in una camera d’albergo dove, abbandonato senza cure, si spegnerà.

Episodio 5 – Brano tratto dal libro “Una questione privata” di Beppe Fenoglio.

Fenoglio, nel 1944, si unì alle prime formazioni partigiane combattendo durante tutto il periodo della guerra sulle Langhe, fino alla Liberazione. Quest’esperienza fu fondamentale per la sua carriera da scrittore, tanto da diventare tema centrale dei suoi romanzi. Grazie alla sua capacità di raccontare e raccontarsi, ci restituisce tratti di vita quotidiana di una guerra logorante ma segnata da un profondo senso di uguaglianza e fraternità fra chi la combatte dalla stessa parte.

“Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano.»

La passeggiata resistente per le vie di Zona San Paolo Antifascista

Casa resistente delle Sorelle Montagnana
Via Monginevro 68

Ascolta la lettura su: circolo clandestino di mutuo soccorso e formazione popolare socialista e comunista.


Parlare delle donne della famiglia Montagnana non è semplice, spesso quando si ricorda qualcuno che ha attraversato la storia lasciando un segno lo si rappresenta attraverso l’epica, la straordinarietà delle sue azioni. Le persone diventano eroi ed eroine da amare, portare ad emblema e in qualche modo rinchiudere nel mondo dorato del mito. Gli eroi sono perfetti e lontani. Le Montagnana ci raccontano di una storia diversa e per questo emblematica.

Donne intense di una famiglia che sapeva trasformarsi in comunità includente, aperta,tenace e morbida. I racconti di chi c’era parlano di una casa aperta come uno spazio sociale, ricolma di libri, riviste clandestine e non, cibo condiviso poco o tanto che fosse.

 Le compagne Montagnana Clelia, Elena, Rita, Gemma e Lidia erano ognuna militante ed ognuna consapevole ed attiva in modo personale e diverso. Clelia la maestra, giovanissima guidò le manifestazioni già durante la prima guerra al motto “o si fa sul serio o niente!” arrivando insieme a Rita a dar fuoco alla chiesa di San Bernardino colpevole di essere magazzino dell’industria bellica. Clelia che portava centinaia di donne ai comizi nei paesi di provincia per la sua capacità di raccontare e incendiare le anime di donne semplici ma curiose. Elena e Rita, militanti anche loro dalla prima guerra, subirono l’esilio, la morte di congiunti in carcere politico e battaglie, senza mai ripiegare, senza perdere la forza. Rita fu parlamentare e una delle troppo poche donne della Costituente. Gemma, la maggiore, i suoi quattro figli portati con serenità e senza timore in mezzo anche alle più feroci manifestazioni tra le due guerre. Presso di lei, insospettabile ai tempi  in quanto madre , si nascondevano i testi più pericolosi. E infine Lidia che racconta di come la loro scelta autonoma di emanciparsi dalla cultura patriarcale sia naturalmente avvenuta abbracciando la causa socialista prima e comunista poi, e del loro andare giovanissime e sole alle riunioni tornando a tarda notte, attraversando due guerre ed il fascismo. Le montagnana erano anche questo, donne che hanno rifiutato la società patriarcale ed i clichè di genere, non si occupavano delle faccende domestiche, né della cucina, non cercavano marito, non si preoccupavano dei “malpensanti” si occupavano invece dei legami sociali e della lotta , della loro propria crescita, di chi aveva meno di loro e di chi non aveva strumenti culturali o pratici. Si occupavano di loro stesse e della loro comunità, si occupavano della propria dignità e libertà. Vorremmo chiudere questo intervento ricordando Consolina Segre, la madre, nata nel 1868 e fulcro di una intera famiglia che seppe far diventare comunità mantenendo umanità e individualità, crescendo gli otto figli in maniera completamente paritetica, lasciando che ognuno di loro seguisse la propria identità in maniera concreta e colma di valori. Moltissimo ci sarebbe da raccontare su questa famiglia straordinariamente normale ma vorremmo chiudere con una immagine; è il 1944 Consolina , in clandestinità in quanto ebrea, torna in via Monginevro facendo tappa durante un viaggio nato per fare visita ad un nipote partigiano sulle montagne. Trova i sigilli sulla casa che ha tanto amato e condiviso, la casa ormai è semi distrutta. Lei si accascia, ha settantacinque anni, viene accolta dai vicini ed amici, si rialza forza i sigilli e va a dormire a casa sua. 

Sciopero alla Diatto contro la guerra
Via Frejus angolo Via Revello

Ascolta la lettura su: sciopero del 1917 contro la guerra

Sciopero alla Diatto contro la guerra – agosto 1917

Alle 9 di matti­na di martedi 22 agosto 1917 il prefetto Verdinois invia un telegramma a Roma preannunciando il peggio nonostante la città sia ancora apparentemente calma, rinnovando la richiesta che arrivi il residuo quan­titativo di grano ancora dovuto in dotazione alla provincia. Aggiunge: «Un ritardo può avere conseguenze incalcolabili».

Ma è ormai tardi: dopo l’interruzione del mezzogiorno, gli operai non vogliono riprendere il lavoro in due stabilimenti: le Officine Diatto-Frejus e la Proiettili Arsenale di via Ca­serta: poi sarà la volta delle operaie del Fabbricone di Borgo Dora.

Preziosa è la testimonianza di Mario Montagnana, operaio alle officine Diatto, quelle da cui si avvia lo sciopero.

Invece di entrare in fabbrica, – scrive nei suoi ricordi, – cominciammo a tumultuare davanti al cancello.

«Non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane!»

Il padrone dello stabilimento, il cavalier Pietro Diatto, preoccupatissimo, si presentò egli stesso agli operai, tutto latte e miele:

«Avete ragione, avete ragione. Come si fa a lavorare quando non si è man­giato? Telefonerò subito alla sussistenza militare affinché mandino immediata­mente un camion di pane. Però entrate in fabbrica e non fate sciocchezze. Ve lo dico per il vostro bene e per il bene delle vostre famiglie».

Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante, si guardarono negli occhi, quasi per consultarsi tacitamente e poi, tutti assieme, ri­presero a gridare:

«Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescicani! Ab­basso la guerra! »

E abbandonarono in massa l’officina, avviandosi chi verso il cen­tro della città, alla Camera del Lavoro, e chi verso altri stabilimenti, per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero.

Alla Proiettili, ad esem­pio, arrivano due camions di pane. La folla se ne impadronisce, mangia, ma non rientra al lavoro. È presto invocata dagli operai più decisi la strada di una dimostrazione politica.

Nel corso del pomeriggio «staccano» migliaia e migliaia di operai – tanto che tra le 16 e le 17 sono fermi praticamente tutti i grandi stabilimenti – a cominciare dai 2000 operai delle officine ferroviarie di Borgo San Paolo.

Una consi­derevole folla di lavoratori e lavoratrici si mette in marcia verso la Ca­mera del Lavoro.

Il pomeriggio del 22 agosto iniziano i tumulti veri e propri: gruppi di operaie e operai attraversano la città gridando “Evviva la rivoluzione!” “Evviva Lenin!”. Il servizio tranviario cessa completamente.

I saccheggi si allargano rapidamente a vari rioni, sono assaliti negozi di salumeria, di trippai, di calzoleria; la polizia interviene qua e là; ma è impotente a frenare i tumulti.

Carabinieri e poliziotti cominciarono a sparare senza riguardi. Una prima barri­cata fu costruita in via Bertola.

Al mattino del giovedì 23 agosto lo sciopero si rivela pressoché totale nelle fabbriche principali, tan­to che già alle 8,30 Verdinois si reca dal generale Sartirana per pregare l’autorità militare di assumere la tutela dell’ordine pubblico. Dal primo pome­riggio i poteri pubblici passano all’esercito.

Il centro resta relativamente tranquillo (relativamente, poiché un corteo di dimostranti irrompe in piazza Carlo Felice e – come ormai è una tradizione! – infrange i vetri del caffè Ligure a colpi di ba­stone e di pietre, mentre due persone vengono ferite e cento arrestate in piazza dello Statuto).

Ma sono Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza, la Barriera di Milano i teatri delle violenze e degli scontri più aspri.

Ro­taie del tram e della ferrovia di Lanzo divelte, barricate erette in molte strade

In Borgo San Paolo, nella stessa mattinata avvengono alcuni dei fatti più gravi. La folla saccheggia e incendia la chiesa di San Bernardino e l’attiguo convento dei frati.

Quasi contemporaneamente, anche la Chiesa della Pace alla Barriera di Milano viene invasa e saccheggiata. «Sul campanile fu issata la ban­diera rossa, la cantina del parroco fu vuotata del vino e delle provviste che vi erano contenute e che furono distribuite alla folla».

Sempre nel­la stessa zona, due caserme delle guardie di città sono assalite.

La città viene letteralmente tagliata in due per impedire agli operai di con­giungere le loro forze.

Il 24 agosto, venerdì, è la giornata che decide la sorte dell’insurrezio­ne. Gli operai in rivolta cercano, specie la mattina, di rompere lo sbar­ramento frapposto tra i due focolai maggiori della periferia, ma senza suc­cesso.

I dimostranti sono poco e male arma­ti: rivoltelle, bombe a mano, qualche fucile; l’esercito impiega mitra­gliatrici e tanks. Oltre che ai confini della Barriera di Milano e di San Paolo, un nuovo epicentro di scontri si forma nella Barriera di Nizza.

Si combatte sulle barricate di Ponte Mo­sca e il locale Commissariato di P.S. è preso d’assalto dai rivoltosi. Rotto lo schieramento del­la forza pubblica una gran massa di insorti, per Porta Palazzo e via Mi­lano, si avvia verso il centro cittadino.

L’attacco, – narra il cronista di «Stato operaio», – procede vittorioso fin quasi al centro.

Ma la riscossa della forza pubblica è terribile. Entrano in campo le auto­ mobili blindate e si scagliano a corsa folle per le vie gremite, scaricando le mi­tragliatrici all’impazzata, sulla gente che fugge, su coloro che resistono, nelle fi­nestre delle case, nelle porte e nei negozi, alla cieca. Le prime cifre sul numero dei morti, dei feriti, degli arrestati della giornata vengono co­municate a Roma dal comando dei carabinieri: «Complessivamente, nella giornata, dieci rivoltosi uccisi, feriti ac­certati negli ospedali: 27, un soldato ucciso da arma da fuoco, numerosi altri mi­litari feriti non gravi. Finora circa millecinquecento operai arrestati».

Sabato 25 agosto, pratica­mente l’ultimo giorno della rivolta.

Non vi è quasi più una resistenza organizzata sulle barricate. Una dopo l’altra, nella notte, sono state smontate dai soldati, che pattu­gliano le strade più importanti.

Dal primo mattino i «ribellatori» nelle periferie, dove l’agitazione, l’ira, la passione, sono ancora vi­vissime, tentano qua e là assalti a pattuglie di soldati, cercano di disar­marli, sparano le ultime cartucce. A volte è una folla di donne che sbuca da una casa o da un angolo di strada e cerca di circondare la truppa e di sottrarle le armi.

Così accade in Borgo San Paolo, verso le ore 9,30 quan­do ha luogo l’ultimo episodio cruento della rivolta: in via Villafranca la folla si avvicina a una pattuglia di alpini, comandata da un sottotenente. I dimostranti, secondo il prefetto, sono circa 300: «tentarono di disar­mare la pattuglia, che sparò, uccidendo un borghese e ferendone una de­cina».

Il cronista del «Grido» scrive: i poliziotti furono di una ferocia inaudita, l’ufficiale ordinò il fuoco e fu sparato a distanza di pochi passi, ucciden­do quattro dimostranti e ferendone molti altri.

Nel pomeriggio del 25 agosto, ancora a San Paolo, due soldati di scorta ad un carro viveri ven­gono disarmati, e in Barriera di Milano, lo stesso accade a un caporale e tre soldati. Ma sono gli ultimi bagliori dell’incendio oramai soffocato dalla violenza dell’esercito e dal servilismo dei dirigenti sindacali e socialisti.

tratto e rielaborato da: “Storia di Torino operaia e socialista” di Paolo Spriano – Einaudi, Torino 1938

Incendio e saccheggio alla Chiesa San Bernardino
Via Dante di Nanni angolo Via San Bernardino

Ascolta la lettura su: Agosto 1917 incendio e saccheggio della chiesa di San Bernardino e del convento annesso, distruzione di un magazzino militare. La folla viene mossa dalle parole di Clelia e Rita Montagnana. 

“O si fa sul serio o niente”. Così Clelia Montagnana, una ragazza di appena 25 anni, nell’agosto del 1917 incitava la folla ad assaltare la chiesa di San Bernardino, insieme alla sorella minore, Rita Montagnana che all’epoca aveva 22 anni. Erano i giorni della rivolta del pane a Torino: la protesta si era presto trasformata in una vera e propria sommossa ed era dilagata nei quartieri operai, dove le donne guidavano per le strade cortei di rivolta. 

I motivi economici della mobilitazione si intrecciavano a doppio filo con gli obbiettivi politici, la protesta contro la mancanza del pane era protesta contro la guerra. Si capisce allora per quale motivo l’attenzione della popolazione di San Paolo si concentra sulla chiesa e sul vicino convento dei frati: i sotterranei della chiesa ospitavano infatti un magazzino militare. I frati, inoltre, si erano già inimicati la popolazione del quartiere l’anno precedente, quando avevano picchiato e sfregiato dei ragazzi che si erano introdotti nell’orto del convento per rubare della frutta, marchiandoli sulla testa con il simbolo della croce.

L’assalto caldeggiato da Clelia e Rita Montagnana riesce: Chiesa e convento vengono saccheggiati, la folla requisisce le abbondanti scorte di viveri dei frati e gli edifici vengono poi dati alle fiamme.

Nel corso della Prima guerra mondiale sono le donne, sempre più presenti nelle fabbriche e investite in famiglia di sempre maggiori responsabilità, a chiamare alla lotta gli operai maschi, sono le donne ad assumere comportamenti indisciplinati, rappresentando, insieme ai ragazzi, spesso soli, le soggette più insubordinate ed arroganti, le esecutrici materiali delle azioni più eclatanti di rivolta, le prime a partecipare a dimostrazioni piazzaiole e antipatriottiche. Sono le donne, del resto, che collegano più facilmente il movente economico del pane a quello della pace, alla necessità di far cessare immediatamente la guerra per riportare a casa i giovani che erano stati mandati a morire al fronte.

Ciononostante la polizia non riuscendo ad immaginare che quelle parole di incitamento che avevano portato al saccheggio e all’incendio della Chiesa di San Bernardino fossero state pronunciate da una donna, arresterà il fratello delle sorelle Rita e Clelia,  Mario Montagnana, coprendosi addirittura di ridicolo quando, in un primo momento, annunciò di aver arrestato Rito Montagnana.

Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!
Via Dante di Nanni (pedonale)

Ascolta la lettura su: lo sciopero del Pane del 1917 durante il quale le donne presero d’assalto e saccheggiarono i forni, non rientrando nelle fabbriche.

Noi, a Torino, la guerra non la volevamo più. Volevamo che tornassero i nostri soldati dal fronte e volevamo mangiare. In quel mese d’agosto, se in fabbrica si crepava di caldo, in casa si moriva di fame. Usciti dal lavoro si faceva la coda dal fornaio, ma il più delle volte il pane era finito. Così, sempre più sovente, si rientrava al lavoro gridando: «Sacco vuoto non sta in piedi e tanto meno può lavorare».

Cominciarono le donne che soffrivano più di qualsiasi altro per la fame e per la guerra. Quasi tutte adesso lavoravano in fabbrica: bisognava dare da mangiare ai bambini mentre i mariti e i figli grandi erano al fronte. Ma cosa dare da mangiare ai bambini se nelle botteghe non c’era pane?

Il 21 agosto 1917, un martedì, il pane mancò completamente. I lavoratori usciti dalle fabbriche incontrarono davanti alle panetterie sbarrate le donne che uscite dal turno in fabbrica, inutilmente, facevano la coda da ore. Si cominciò a gridare: «Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!».

I fornai erano piantonati ma, in un attimo, i carabinieri furono travolti e contro le donne non osarono sparare. Porte e saracinesche furono abbattute dalle donne che presero d’assalto tutti i viveri a portata di mano. Nessuno quel giorno rientrò in fabbrica. Alcune direzioni di stabilimenti, alla Diatto e alla Proiettili (dove lavoravano solo donne) mandarono a prelevare camion di pane ai panifici militari. Ma quando i camion arrivarono, le donne li presero d’assalto, si distribuirono il pane e, invece di rientrare al lavoro, si diressero in città urlando: «Abbasso la guerra!».

Al pomeriggio tutte le fabbriche erano ferme. Gli operai sapevano cosa rischiavano: poiché erano tutti militarizzati, potevano essere immediatamente spediti al fronte, se non deferiti davanti al Tribunale Militare. Ma le donne, che sapevano tutto questo, si misero davanti a loro. Cortei tumultuanti arrivarono in centro. Le donne gridavano: «Al municipio! Dal prefetto! Nominiamo una commissione!».

Macché commissione, abbasso la guerra! Così la mossa per il pane cominciò a trasformarsi in rivolta contro la guerra. Sorsero le prime barricate. Furono rovesciati i tranvai e gli autocarri scaricati del pane e della farina. Si udirono i primi colpi di arma da fuoco. Nessuno dormì quella notte. Al mattino del mercoledì la città era paralizzata dallo sciopero generale. Tutto rimase fermo, dalle fabbriche ai laboratori e dai negozi ai trasporti.

Il fatto che lo sciopero totale continuasse e che un po’ dovunque sorgessero le barricate nonostante le cariche della cavalleria, spaventò le autorità. La reazione si scatenò: allo scopo di disperdere la folla, la forza pubblica cominciò ad arrestare per le strade uomini e donne. Gli arrestati vennero picchiati ferocemente e trascinati sui camion. Poi l’autorità decise di intervenire con la truppa: fece occupare i punti strategici più importanti e arrivarono i carri armati.

Ma, appena apparvero i soldati, questi furono accolti dalla popolazione come fratelli. Le donne si infiltrarono tra loro offrendo cibo e vino. Era proprio per loro – dicevano le donne – proprio perché i soldati non andassero a morire in guerra, che Torino era insorta. E ogni famiglia operaia abitante nelle strade presidiate dalla truppa si occupò dei “suoi” soldati. Con la pastasciutta li esortò a fraternizzare.

Questo atteggiamento non tardò a portare certi frutti. Un reparto di alpini ricevette l’ordine di sparare, ma i soldati, dopo aver lungamente esitato, di fronte alle donne, posarono i fucili a terra e voltarono le spalle alla folla.

Ciò accadde sul corso di Ponte Mosca, alla Barriera di Milano e, subito dopo, il Commissariato di polizia di quello stesso quartiere fu preso d’assalto ed espugnato dalla folla. Poi questa si diresse di corsa, attraverso Porta Palazzo, verso il centro della città per raggiungere Piazza Castello dove c’era la Prefettura, e piazza San Carlo dov’era la Questura, e a via Cernaia dov’erano le caserme principali.

Ma non fu possibile. Il contrattacco fu tremendo: contro i pochi fucili dei rivoltosi entrarono in azione le mitragliatrici e i carri armati che cominciarono a vomitare fuoco tanto su ci fuggiva quanto su chi resisteva, e contro le finestre delle case, contro i negozi, contr tutto. Caddero donne,uomini e e perfino bambini.

Ma la lotta non cessò. Continuò lo sciopero e continuavano a sorgere barricate.

Dalle memorie di Teresa Noce partigiana e combattente, all’epoca dei fatti diciassettene.

Sciopero Antifascista alla Diatto
Via Frejus, 21 (angolo via Cesana)

Ascolta la lettura su: il blocco delle fabbriche torinesi nel 1943 per una protesta che coinvolse 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni ebbero un chiaro intento politico: la fine della guerra e il crollo del fascismo. Molti degli operai della Diatto subirono per ritorsione il licenziamento e l’arruolamento forzato nell’esercito.

«Per il pane e la libertà! Contro le 12 ore e la guerra maledetta! Esigiamo la cacciata di Mussolini dal potere! Lottiamo per la pace e l’indipendenza del nostro Paese! Per l’aumento del salario e perchè questo venga pagato! L’azione, lo sciopero, la lotta, sono le sole armi che possediamo. Sciopero, sciopero, sciopero!»

Questo è il testo di uno dei volantini con cui gli operai comunisti di Torino preparavano lo sciopero generale del Marzo del 1943.

Stremati dalla guerra, gli operai delle fabbriche torinesi sono i primi a riappropriarsi di questo strumento di lotta che per vent’anni la dittatura era riuscita a cancellare. Le prime brevi sospensioni del lavoro si hanno alle Ferriere, il 1° gennaio, alla Spa il 13 e il 14, alla Acciaierie Fiat e alla Diatto il 14, dove si fermano 3000 operaie e operai. I motivi vanno dalla protesta per l’esiguità del salario percepito, alla contestazione sul cottimo al rifiuto di fare una giornata lavorativa di 12 ore.

Durissima sarà la repressione: molti operai subiscono per ritorsione il licenziamento e l’arruolamento forzato nell’esercito.

Queste prime sospensioni del lavoro danno però il segnale che uno sciopero generale è possibile e che è possibile e doveroso collegare le istanze economiche con quelle più propriamente politiche.

Per tutto febbraio si intensifica la propaganda clandestina degli operai nei diversi stabilimenti torinesi: i manifestini vengono attaccati dappertutto, anche nei gabinetti, appiccicati anche con la saliva perché mancava la colla, sui muri delle fabbriche appaiono scritte di condanna verso il regime e incitazioni alla lotta.

Il 5 marzo del 1943 gli operai della Fiat Mirafiori danno inizio al primo sciopero generale contro il fascismo. Da quel momento la protesta dilaga e fino al 17 marzo 1943 le fabbriche torinesi sono bloccate da uno sciopero che coinvolge 100.000 operai.

L’Unità, stampata clandestinamente, il 15 marzo afferma: «Con la loro azione ferma e coraggiosa gli operai di Torino stanno dimostrando che la classe operaia, quand’è unita, può tener testa, in qualsiasi situazione, alla tracotanza dei profittatori di guerra e alla repressione fascista.»

Non è una esagerazione:

Il governo pochi giorni dopo è costretto a cedere e ad accogliere le richieste economiche dei lavoratori.

È il primo colpo mortale che il movimento operaio assesta al fascismo.

Occupazione Stabilimento SPA
Giardino SPA (via Osasco/via Braccini)

Ascolta lettura su: l’occupazione delle fabbrica SPA e la costruzione di armi a difesa della città.

S.P.A. – Società Piemontese Ansaldi Ceirano (via Braccini, via Osasco, Via Bossolasco, Corso Ferrucci) fabbrica di automezzi: Nei giorni immediatamente precedenti l’insurrezione generale gli operai e le squadre SAP interne alla fabbrica provvedono ad innalzare “opere di difesa passiva (bloccaggio delle porte secondarie, costruzione di muretti protettivi)” [R.Luraghi, 1958] in modo da preparare la difesa dello stabilimento dagli attacchi tedeschi.

Un attacco che arriva, durissimo, il 26 di aprile, quando, “dalle 17,00 alle 21,00” [G. Padovani, 1979], l’intera fabbrica è “colpita da colpi di carri armati nazifascisti”. [Verbali Cln aziendali, E/76/d (fas.8)]

Dopo un primo scontro avvenuto nel pomeriggio contro dei militi fascisti della X MAS, gli operai costruiscono tre carri armati, “uno dei quali semovente con un pezzo d’artiglieria da 75mm” [G. Padovani, 1979], terminando il lavoro verso le ore 21,00. Pochi minuti dopo le colonne fasciste e quelle tedesche forti di due carri pesanti, un’autoblinda e alcuni camion delle brigate nere, arrivano in Corso Ferrucci e in Via Monginevro, da dove sferrano un violento attacco iniziando a cannoneggiare lo stabilimento.

Le armi a disposizione dei sappisti non sono sufficienti a contrastare una tale potenza di fuoco, ma, proprio quando gli insorti stanno per cedere, un gesto decisivo quanto disperato, risolve la situazione: un operaio esce dai cancelli della SPA alla guida del carro armato semovente sul quale sono issate le insegne del Cln e subito dopo i nazifascisti fuggono in ritirata, probabilmente convinti che “molti di quei bolidi fossero pronti per entrare in azione” [G. Padovani, 1979].

In realtà non è vero, visto che i sappisti oltre a non possedere altri carri armati non possiedono le pallottole né per il cannoncino né per la mitragliatrice posti sul carro.

All’esterno dell’ingresso di corso Ferrucci 122 una piccola targa è dedicata alle maestranze che difesero gli stabilimenti nell’aprile 1945.

La lapide posta invece all’interno della fabbrica con i nomi dei caduti e deportati è stata trasferita nei locali del comune di Torino. Le lapidi della Fiat Spa, Grandi Motori, Materiale Ferroviario, Autocentro e Ricambi presentano tutte un’identica iscrizione, che precede l’elenco

dei nomi: “Lavoratori di questa sezione Fiat / caduti della liberazione nazionale / aprile 1945 / morti combattendo nella difesa degli stabilimenti / nella lotta partigiana / martiri della rappresaglia nemica / vittime dei campi di concentramento tedeschi”.

Sciopero Antifascista alla Lancia
Via Lancia angolo Via Caraglio

Ascolta la lettura su: lo sciopero antifascista alla fabbrica Lancia

Fin dall’apertura dello stabilimento Lancia tante donne e uomini di Borgo San Paolo lavorano nei vari reparti della fabbrica. Tra il 1943 e il 1945 moltissimi/e lavoratori e lavoratici partecipano a scioperi e alle azioni di resistenza contro il fascismo.

Le maestranze della Lancia non presero parte allo sciopero del 5 marzo. Ma le notizie pervenuteci dalla Fiat Mirafiori e da altre fabbriche ci misero in movimento e, se rammento bene, la prima fermata la effettuammo l’8, continuando lo sciopero per due giorni, dapprima, in alcune officine, «a singhiozzo», poi a «orario completo». La differenza fra quanto accadde alla Fiat e da noi, fu che fascisti e industriali erano ormai all’erta, non vennero colti di sorpresa e quindi trovammo più duro condurre la lotta.

A quell’epoca, ero allievo alla Scuola apprendisti Lancia, che sorgeva in corso Racconigi angolo corso Peschiera; la dirigeva l’ingegner Borello, un sincero antifascista, amico di mio padre: senonché, dall’inizio della guerra, era stato nominato direttore effettivo il vicefederale di Torino Giaj, e quindi Borello si trovava a svolgere di fatto funzioni di vicedirettore.

Giaj era da tempo operaio alla Lancia e una volta al mese teneva comizi ai giovani, oppure trascinava in fabbrica dei gerarchi che ci somministravano le loro concioni: tipi come il colonnello Botto, il federale di Torino Ferretti, il maggiore Comoglio dell’Ufficio Militare Lancia. Tutti personaggi che abbondavano in demagogia e in inviti ai più anziani fra noi ad arruolarci volontari per il fronte.

L’8 marzo, Giaj – che ogni mattina, dalle 9 alle 11, veniva in fabbrica a sorvegliarci – se ne stava proprio accanto a me, con l’ingegner Borello e l’istruttore Salussoglia osservando il mio lavoro, quando fu chiamato al telefono e informato che alcuni reparti della Chiribiri (all’angolo tra via Caraglio e via Monteneato, ora via Lancia), si erano fermati: si trattava dell’officina 13 e del reparto Esperienze. Il vicefederale impallidì e partì di carriera alla volta delle officine in sciopero. I telefoni squillavano: i gerarchi fascisti sollecitavano istruzioni, senza ottenere risposte. Giaj tenne un breve comizio all’officina Esperienze, profferendo minacce: alcuni operai furono schiaffeggiati dai suoi scagnozzi. Ma i lavoratori, calmi, le braccia incrociate, rifiutarono di riprendere il lavoro e presentarono le rivendicazioni della piattaforma di sciopero: 192 ore pagate per tutti, aumento della razione di pane e altri generi alimentari, ecc.

Le sospensioni del lavoro, man mano che la voce dello sciopero correva, si estendevano ad altre officine; ma direzione e gerarchi sguinzagliarono l’intero apparato aziendale perché bloccasse i reparti a cui le notizie non erano ancora pervenute e assicurasse la continuità del lavoro.

La sera, gli operai iscritti al partito fascista ebbero l’ordine di presentarsi in fabbrica, il giorno seguente, indossando la camicia nera. Fu un fiasco solenne. Un buon numero di costoro e degli stessi capi si unì addirittura agli scioperanti. Al secondo giorno di sciopero, noi allievi della scuola fummo rinviati a casa, con la scusa che mancava la corrente elettrica. Una scusa penosa per impedirci di partecipare alla lotta. Giaj non si fece vedere per tutto il mese. Tornò in aprile, ma aveva perso l’antica baldanza. Sulla facciata dello stabilimento, la notte precedente lo sciopero, una mano ignota aveva scritto: «Abbasso la guerra, vogliamo pace e pane».

Memorie di Romulo Siccardi, nato a Rivoli nel 1906, entrato a 14 anni nella Scuola allievi della Lancia e dal giugno 1944 combattente partigiano nella 20° brigata Garibaldi operante nelle Valli di Lanzo e in Valle di Susa.

 

Giaretti Eugenio detto Tarzan
Corso Racconigi, 120 bis (angolo via Monginevro)

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Corso Racconigi angolo via Monginevro. Giaretti Eugenio detto Tarzan, partigiano combattente agì con la 4ª divisione Garibaldi nelle valli di Lanzo e tornato in Borgo san Paolo si unì alle formazioni cittadine. Il 22 gennaio 1945 fermato in via Monginevro angolo corso Racconigi da una pattuglia dei Rap nell’ambito di un massiccio rastrellamento di Borgo San Paolo protrattosi per tre giorni, fù messo al muro e colpito da una scarica di mitra. Portato prima al Mauriziano venne successivamente prelevato dai fascisti che lo lasciarono per una settimana senza cure in una stanza d’albergo dove morì il 31 gennaio.

L’aumento dello scontro militare tra i repubblichini e i compagni ormai portava la guerra nelle strade. Nei primi giorni di gennaio erano stati uccisi un sottotenente della polizia repubblicana vicino a piazza Rivoli e il capo della fanfara della Gnr in corso Dante. Dieci giorni dopo le Sap di borgo San Paolo avevano disarmato una squadra di fascisti dei Rap ferendone uno. La questura organizzò in risposta un rastrellamento per il borgo che fini con una sparatoria in cui persero la vita anche dei civili. Iniziò così una caccia all’uomo casa per casa, cortile per cortile, che durò tre giorni portando a più di cento arresti. Quella mattina c’erano venti centimetri di neve sui marciapiedi, stavo girando da una via all’altra per informare i compagni sui movimenti dei reparti quando di colpo sentii esplodere due raffiche di mitra. Corsi fino all’angolo tra corso Racconigi e via Monginevro dove un cordone di repubblichini teneva la gente a distanza mentre arrivava il tram dalla rimessa di corso Trapani. Cercai di divincolarmi ma venni presero per i vestiti e per i capelli. 

«Guarda! Guarda che fine fanno i traditori». 

Tarzan era della squadra di Eugenio, aveva combattuto con la Garibaldi delle valli di Lanzo e da qualche mese, sopravvissuto ai terrificanti rastrellamenti dell’autunno, era tornato in città per colpire i fascisti e i tedeschi nel loro covo più sicuro. L’avevo conosciuto appena uscito dalla Generala e mi era sembrato da subito un compagno generoso e coraggioso, timido a volte. Ora era a terra in fin di vita, ferito alle gambe e alla schiena. I militi fermarono il tram obbligando tutti a guardare, poi alcune madri riuscirono a forzare il blocco per portare dell’acqua calda che sciogliesse la neve e desse un po’ di conforto al moribondo. I fascisti le fermarono, presero le brocche e le spaccarono a terra. Tutti dovevamo vederlo soffrire, muoversi agonizzante fino alla fine. Arrivarono altre donne con altra acqua, presi una brocca e corsi verso il corpo del compagno e amico in mano agli aguzzini. Quella volta non mi fermarono, mi misi in ginocchio al suo fianco e gli pulii il volto, poi rovesciai l’acqua vicino al collo e sui fianchi. Mentre la neve si fondeva con il sangue lui, senza riuscire ad alzare la testa, mi sorrise, appena prima che i fascisti mi trascinassero oltre il cordone. Dopo più di un’ora, visto che non moriva, lo caricarono su un furgone e lo portarono via. 

Eugenio Giaretti, nome di battaglia Tarzan, portato all’ ospedale Mauriziano per le ferite subite durante il rastrellamento in corso Racconigi venne prelevato dai fascisti e lasciato per una settimana in una Stanza d’albergo senza cure, dove si spense l’ultimo giorno di gennaio del 1945. 

Dopo i tre giorni alla Mirafiori si facevano ronde per stanare i cecchini e catturare i pochi fascisti che non erano scappati. Uno l’avevamo beccato in corso Racconigi all’angolo con via Monginevro, dove ave vano ammazzato Tarzan. Dal secondo piano aveva sparato con il fucile con la canna per metà fuori, á saranno state cento persone per ché si era fermato un camion carico di partigiani, Poldo era uscito con un fiasco di vino e si festeggiava. Tuti in San Paolo lo conoscevano come un fascista della prima ora e una spia, per più di vent’anni aveva sfoggiato dal balcone una bandiera con il fascio tanto grande che quasi toccava quello del piano di sotto, non c’era corteo fascista a cui on partecipasse ed era il terrore delle famiglie del palazzo per il controllo e le delazioni. Con lui fascisti andavano a colpo sicuro quando arrestavano e durante le retate e gli arresti lui non si taceva vedere, mai. Salimmo le scale di corsa e lo trovammo ancora a fianco della finestra che ci guardava con il fucile in mano, non capivamo perché non lo usasse ora.

Un partigiano con i nervi più saldi dei nostri impedì che lo buttassimo giù dalla finestra. In strada venne coperto di insulti, calci e sputi dalla folla inferocita che voleva linciarlo ma i partigiani lo difesero scortandolo fino alla Lancia. Preso con l’arma ancora calda impegnarono poco a condannarlo. Con lui davanti percorremmo le strade fin sotto la finestra da cui aveva sparato. 

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Era il cartello appena appoggiato al muro dell’incrocio. 

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«Al martire dell’eterna libertà Giaretti Eugenio, partigiano…»

La scarica di mitra lo buttò contro il muro.