TUTT* LIBER*

Ieri pomeriggio nel quartiere di Aurora, polizia, carabinieri ed esercito hanno invaso le strade per arrestare 4 compagn* che stavano contestando il fermo violento di due ragazzi. Molte le persone che hanno filmato e protestato contro quest’ennesima prova di forza della questura di Torino.

Contro chi pensa che l’emergenza sanitaria si risolva con la repressione poliziesca, contro i padroni che speculano e mettono a rischio la salute dei lavoratori e delle lavoratrici, contro i giornalisti-terroristi che manipolano le informazioni creando immaginari di paura, contro chi cerca nell’emergenza di insinuare odio e isolamento sociale.

Teniamo sempre a mente chi sono i veri responsabili di questa crisi.

TUTT* LIBER*

http://https://youtu.be/nqzdwZdInfQ

Comunicazione e creazione di immaginari di paure e odio

Quando si attraversa una crisi il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa è più che mai strategico.
L’attuale emergenza sta mostrando come i media non vengano utilizzati per diffondere informazioni chiare, scientificamente fondate che possano aiutare tutte e tutti a capire la situazione in cui ci troviamo.
Non vengono distinti i comportamenti rischiosi da quelli non rischiosi, non viene spiegato per quale motivo il virus ha catapultato il nostro paese in una situazione di emergenza, non vengono minimamente evidenziate le responsabilità politiche di chi da anni in nome della maggior efficienza del mercato ha tagliato la spesa pubblica e regalato soldi al privato, non vengono proposti approfondimenti sul modo in cui il sistema capitalista ha facilitato il salto di specie del virus.
Giornali e telegiornali quotidianamente abdicano alle loro funzioni di informazione e di inchiesta per ridursi a strumento di parte che serve ora a implementare le politiche repressive di un governo che pare non sapere che pesci pigliare, ora a amplificare le sterili polemiche tra i partiti di governo e di opposizione, che neppure nel mezzo di una pandemia abbandonano la logica della ricerca del consenso elettorale.
L’informazione così strutturata diventa un coacervo di dati non analizzati, di informazioni confuse e contraddittorie, di titoloni sensazionalistici falsi, fatti solo per ottenere qualche like, di solito smentiti dal contenuto stesso dell’articolo (che però è a pagamento e non viene quasi mai letto).
Si crea così un clima di paura e incertezza che non permette alla persona di avere strumenti per valutare con oggettività e serenità la reale situazione di rischio e autodeterminarsi nelle proprie scelte di tutela per sè e per l* altr*.
Il virus ci dimostra ogni giorno le falle del sistema: innanzitutto evidenzia come il modo di produzione capitalista sia il primo responsabile del verificarsi del fenomeno dello spillover (il passaggio di un virus da una specie animale all’uomo) e quindi il primo responsabile del diffondersi di pandemie di questo tipo. [per un approfondimento rimandiamo all’articolo https://urly.it/35fqr e al libro Spillover di David Quammen]
In che modo lo evidenzia? Ricordandoci che la maggior parte dei virus oggi in circolazione sono zoonosi (tra le tante: la rabbia, l’aids, l’ebola, l’aviaria, la Sars o influenza suina), cioè sono virus che vivono nel corpo degli animali (senza causargli danni) e che hanno fatto il salto di specie e sono diventati “adatti” all’uomo. Il salto di specie non avviene per caso o per magia, ci sono delle condizioni che lo rendono più frequente e quindi più pericoloso. In particolare ad essere pericoloso è la misura sempre crescente con cui l’uomo invade e si appropria di habitat prima riservati ad altre specie animali e vegetali (con i loro patogeni sconosciuti!). La deforestazione e l’appropriazione di territori sempre più vasti da sottomettere alle esigenze produttive, siano queste il nuovo inurbamento, l’espansione senza limite delle metropoli, l’estrazione di risorse naturali o la destinazione degli stessi spazi alla coltivazione di monoculture, all’allevamento intensivo, alla costruzione di altri impianti produttivi, non riducono solo lo spazio riservato alle altre specie ma anche lo spazio che le distanzia dall’uomo e così rende più facile e probabile il famigerato salto di specie. Il modo di produzione capitalista per prosperare deve in ogni modo incentivare la produzione e il consumismo e per fare questo interviene pesantemente nell’ambiente circostante. Il virus ci ricorda che questo intervento ha delle precise conseguenze non solo sulla salute della terra ma anche sulla salute delle persone e sulle loro possibilità di sopravvivenza.
Ma questo aspetto, per quanto fondamentale non è l’unico che viene messo alla berlina dal virus.
Il virus ci parla anche dei danni dell’inquinamento, delle crescenti diseguaglianze sociali di cui è ammalata la nostra società, ci svela anche come il mercato non sia il migliore strumento per allocare le risorse ma uno strumento di rapina che ridistribuisce la ricchezza che ogni giorno tutt* insieme creiamo solo verso l’alto (verso pochi privati che si arricchiscono impossessandosi di quelli che dovrebbero essere soldi che insieme potremmo decidere di destinare alla costruzione di beni comuni per tutt*: un adeguato sistema sanitario, in grado di far fronte alle prossime emergenze, un adeguato sistema di cura delle persone anziane e non solo, di tutte le persone che ne hanno bisogno, un adeguato sistema scolastico e tutto ciò che può contribuire alla costruzione di una società più equa).
Ciononostante giornali e telegiornali non dedicano un minuto all’analisi della situazione, alla messa in critica del sistema ma al contrario si impegnano a ri-legittimarlo contro ogni evidenza. Costruendo tutti i giorni un immaginario collettivo del “nemico” individuato in tutt* coloro che non sottostanno alla logica produci-consuma-crepa.
Chi esce per far distrarre l* bambin*, per fare una passeggiata in solitaria, ormai persino chi esce per fare la spesa al mercato o al negozietto di fiducia, viene additat* come nemic*, furbett*, indisciplinat*, e diventa il perfetto capro espiatorio su cui addossare la responsabilità dell’intera epidemia!!
Quei comportamenti non mettono a rischio la salute di nessun* e anzi sono vitali per il mantenimento della salute e della serenità in una situazione di forzata clausura, ciononostante vengono continuamente presi di mira, ridicolizzati e demonizzati, con notizie che con diverse varianti rimbalzano fino all’inverosimile, fino a cancellare tutte le altre, fino a far diventare l’unica notizia la non-notizia di un padre che esce per far fare una passeggiata a sua figlia.
In questo modo si distoglie l’attenzione dai veri responsabili della situazione di emergenza sanitaria: chi per anni ha tagliato la sanità, chi come confindustria ha incitato a continuare consumi e produzione, padroni e padroncini vari che continuano a mettere a rischio la vita dell* lavorator* mantenendo aperta l’attività in deroga al decreto (una possibilità prevista dal decreto stesso, e caldeggiata ancora una volta da confindustria).
Proviamo allora a rileggere l’informazione che ci propinano i giornali ogni giorno: se da una parte assistiamo alla continua criminalizzazione e demonizzazione di comportamenti individuali innocui che ci spingono a una insensata “guerra” tutti contro tutti – dall’altra è continuamente propagandata la retorica dell’unità nazionale: l’emergenza sanitaria viene dipinta come una guerra e si richiede a ognun* di fare la sua parte per la vittoria della nazione.
Come in guerra questa retorica dell’unità, dell'”insieme si vince”, della necessità dei sacrifici individuali, è falsa e fuorviante e serve a nascondere dietro la responsabilità “d* tutt*” delle precise responsabilità politiche.
Se non abbiamo posti in terapia intensiva, se non abbiamo respiratori, se non abbiamo personale medico sufficiente e, addirittura, se non ci sono sufficienti mascherine e dpi per il personale ospedaliero e gli ospedali continuano a essere uno dei posti dove maggiormente si diffonde il contagio, non è colpa di un runner, non è colpa dei genitori che portano i bambini a fare una passeggiata, non è colpa di chi va a fare la spesa. Ma non è colpa neppure del virus: è colpa dei tagli alla spesa pubblica e della privatizzazione dei servizi essenziali che sono stati portati avanti negli ultimi 30 anni.
Se il contagio sta rallentando solo ora è perchè con ritardo colpevole sono state chiuse le attività produttive.
Al contrario dei media, che dopo averlo sponsorizzato facendolo girare sulle loro pagine lo hanno prontamente rimosso e offuscato, noi ci ricordiamo ancora il video di Confindustria “Bergamo is running” in cui in nome delle superiori esigenze della produzione si minimizzava il rischio contagio, il video del 29 febbraio recitava testualmente: “Le attuali avvertenze sanitarie indicano che il rischio di infezione è basso”.
La storia è nota: Bergamo grazie alle pressioni di Confindustria non si fermerà e le immagini dei camion militari con le bare sono ancora stampate nella memoria collettiva, un po’ sbiadita purtroppo è l’immagine dei responsabili di quelle morti, perchè di questo i giornali ancora oggi si rifiutano di parlare.
Con l’avvicinarsi della fase 2 ci sembra importante ricordare quella storia per intero, perchè con una storia raccontata dai giornali sempre a metà, oggi come ieri è facile per Confindustria dettare la linea a governo e giornalisti.
Mentre l’Oms fa sapere che è “impensabile allentare ora le misure”( https://bit.ly/2UYmW6p ) il pressing di Confindustria si fa più incalzante: le ragioni degli industriali ancora una volta vengono amplificate dai giornali e sembrano essere le uniche ragioni valide e possibili. Se il governo a parole ha rimandato la fase 2 – non sembrava opportuno parlarne proprio alla vigilia di una pasquetta blindata – non sono mancate alcune misure spot e la promessa di nuovi provvedimenti se, con il passare dei giorni, “cambiassero le condizioni”.
La riapertura dei comparti produttivi in Italia – anche solo scaglionata – apparirebbe come una misura criminale se solo la si mettesse in relazione con l’affermazione dell’OMS e con la storia pregressa del nostro paese. E invece rischia di apparire come una misura di buon senso: per questo malinteso dobbiamo “ringraziare” i media.
Guardiamo più da vicino il lavoro fatto in questi giorni dai quotidiani online: la notizia dell’Oms non può essere taciuta ma la si mette in correlazione esclusivamente con l’aumento dei controlli sui cittadini, si procede come al solito a creare spauracchi facili da individuare, la gita di pasquetta, le persone che escono in strada, questi sono gli unici rischi che individua LaRepubblica.it e contro i quali ci si può comodamente difendere con un po’ più di polizia e di multe ( https://bit.ly/2UVXyhC e poi ancora https://bit.ly/2VmjotX ).
Non una parola sul rischio derivante dalle 90.000 imprese che già lavorano in deroga al decreto grazie all’autocertificazione inviata ai Prefetti, autocertificazioni che non sono state ancora controllate.
Non una parola sui veri rischi che la fase 2 con la riapertura di ancora più imprese può comportare.
Il rischio connesso alla riapertura delle fabbriche viene classificato come “medio”. Questo quando quello che sappiamo è che: ci sono alte probabilità che il virus nei luoghi chiusi si diffonda anche tramite aeresol https://bit.ly/2JT94UX (sappiamo cioè che il rischio di trasmissione per via aerea esiste solo nei luoghi chiusi, come ad esempio le fabbriche); non ci sono ancora mascherine a sufficienza per proteggere quei luoghi chiusi in cui maggiormente si sta diffondendo il contagio, ovvero ospedali e RSA, (https://bit.ly/34oDOGN ) e quindi non si capisce come potrebbero essere adottate nelle fabbriche misure di sicurezza idonee a impedire il contagio; infine i protocolli di sicurezza finora adottati dalle imprese aperte non sono stati in grado da impedire il contagio neppure in quei settori dove si trova la parte più fragile della popolazione https://bit.ly/2JVAfyk.
Questa non è informazione ma propaganda e lo scopo ancora una volta è quello di confondere le acque e nascondere le responsabilità dei padroni e del capitale. I giornali con i loro titoloni ci dimostrano ogni giorno che una guerra c’è ma non è quella contro il virus, è la guerra di classe, non lasciamo vincere i padroni.

Storie di Ordinaria Repressione

Ieri un nostro compagno è stato multato mentre volantinava a poca distanza da un supermercato davanti al quale stavamo facendo una raccolta di beni di prima necessità SOSpesa.

La dinamica dei fatti porta indietro nel tempo, a maggior ragione alla vigilia del 25 aprile. Una vera e propria retata “in nome della guerra al Covid”, scattata nel pomeriggio di ieri in piazza Robilant: due volanti dei carabinieri e due jeep hanno chiuso le uscite e tutti coloro si sono ritrovati in trappola sono stati perquisiti e identificati.

La situazione ha preso una piega ulteriormente grave, seppur grottesca, quando ad una ragazza che riprendeva la scena da film poliziesco dal balcone, è stato intimato di scendere per farsi identificare.

La peggio però è stata riservata al nostro compagno che è stato minacciato, portato in caserma, perquisito corporalmente e multato. L’intento dei carabinieri sembra esser stato proprio quello di esercitare il loro potere ad ogni costo: inutile mostrare i documenti che attestano l’adesione del compagno all’associazione Amici di Via Revello e dimostrare il carattere solidale dell’attività svolta (che sta attualmente mettendo alcune pezze alla disastrosa gestione statale delle problematiche conseguenti le misure anti-Covid): il far parte di un centro sociale che alle confuse memorie dei carabinieri indirizzava al movimento NoTav e all’antiproibizionismo è stato sufficiente, di fatto, per motivare fermo e contravvenzione.

Ci chiediamo se il trattamento speciale riservato al compagno in questione sarebbe stato il medesimo, se avesse tranquillamente mentito dicendo che stava andando a fare la spesa al supermercato nei pressi, anziché rivendicarel’attività solidale che stava svolgendo.

Ci chiediamo se l’arroganza e la determinazione nel porre fine al volantinaggio sarebbe stata la stessa ,se i volantini non avessero recato la firma di un centro sociale.

Ci chiediamo se sia una prassi normale in una caserma umiliare, spogliare ed obbligare piegamenti davanti agli agenti una persona , qualsiasi cosa essa abbia fatto o qualsiasi cosa ci sia scritta nella sua fedina penale.

Uno stato che sta lasciando morire abbandonate nelle proprie case centinaia di persone e ne sta emanando la stessa condanna per altrettante imprigionate nelle RSA, nelle prigioni, nei CPR; uno stato che non garantisce ai medici, agli infermieri, agli OSS minime condizioni per lavorare in sicurezza e allo stesso tempo freme per riaprire nuove attività produttive, ignorando il disagio economico, la povertà e la disperazione dilaganti, non ha altro da fare che individuare e reprimere la solidarietà Popolare?

Ironia della sorte, il fermo e la perquisizione sono state condotte da un assembramento di forze dell’ordine per lo più senza mascherina, mettendo in pericolo la salute delle persone fermate, nello stesso tempo in cui venivano accusate di essere untrici.

E’ chiaro che questo episodio di repressione che non ci fermerà. Non rispettare norme illogiche, avendo comportamenti non pericolisi né per sé né per gli altri è una pratica giusta e da rivendicare, prima che questo Stato repressivo, che ci vorrebbe obbedienti, silenziosi e a capo chino di fronte alle sempre più spavalde intimidazioni poliziesche,diventi “la nuova normalità”.

Andremo avanti con la nostra attività, a testa alta e a pugno chiuso.

Diritto all’abitare: dopo l’emergenza sanitaria una pandemia di sfratti?

“State a casa”, un mantra che risuona continuo ed incessante dall’inizio dell’emergenza sanitaria,un appello alla coscienza collettiva che non può non farci pensare proprio all’importanza della casa e di conseguenza alla questione del diritto all’abitare.
Quella della casa infatti è un’emergenza sociale mai affrontata dalla politica istituzionale negli ultimi decenni.
Per molti e molte di noi il diritto ad un tetto era un problema antecedente alla crisi sanitaria ed a maggior ragione lo sarà all’indomani di un lungo lockdown che sta incidendo pesantemente sul reddito.
Noi, Lavoratori e Lavoratrici a basso reddito, autonomi, dipendenti a tempo determinato in scadenza, atipici, partite iva o lavoratori e lavotrici in nero; Noi, studenti e studentesse fuori sede o famiglie monoreddito, affrontavamo fino a ieri affitti, mutui e spese che ci tenevano perennemente con l’acqua alla gola e che domani rischiano di travolgerci definitivamente, facendo esplodere un vero e proprio dramma.
Per moltissime categorie si calcola che l’affitto eroda ogni mese circa il 40% del reddito, ma che succede se il reddito diventa di colpo zero?
Fino al 30 giugno sono stati bloccati gli sfratti e gli sgomberi, ma di fronte alla situazione che stiamo vivendo non si può assolutamente ritenere una misura sufficiente.
Quando si smette di pagare l’affitto contestualmente alla perdita del reddito, si ha diritto ad accedere all’emergenza abitativa; una consolazione non solo magrissima, ma inutile, dato che le risorse per l’emergenza abitativa sono limitate, insufficienti già prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, perchè la disponibilità di edilizia pubblica non è da anni in grado di tutelare il diritto alla casa di moltissime persone che da tempo languono nelle liste d’attesa per la casa popolare, pur avendo da tempo punteggi elevatissimi e soddisfacendo tutti i requisiti richiesti.
Non basterà il Fondo Morosità Incolpevole, il Fondo Nazionale Sostegno all’Accesso alle Abitazioni in Locazione, né tantomeno il ‘bonus affitto 2020’ per le famiglie a basso reddito, e ancora non si capisce come funzionerà lo stanziamento di 46 milioni di euro che dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture verrà trasferito alle Regioni “da destinare ai Comuni e agli inquilini che non possono far fronte al pagamento dei canoni di locazione e hanno subito sfratti per morosità incolpevole”.
Il primo ostacolo al funzionamento delle misure sopra citate è l’indisponibilità dei proprietari ad accettare i fondi FIMI, così come gli affitti a canone concordato che danno accesso a fondi ALSO.
Il secondo enorme ostacolo escluderà chi non ha un reddito da lavoro considerato sufficiente per far fronte al pagamento di un affitto (perchè guadagna poco es. 500 euro al mese, perchè lavora in nero o perchè non ha un reddito fisso), i tanti e le tante che si trovano in questa condizione non potranno accedere alle misure,perchè considerati comunque incapaci di sostenere la spesa abitativa.
Il terzo ostacolo sono i fondi limitati,che evidentemente non bastano per tutti e tutte.
Il problema tra l’altro non riguarderà solamente chi è in affitto. Spesso si dice che il nostro è un Paese di proprietari, perché negli anni si è scelto di incentivare l’acquisto privato di abitazioni, invece che incrementare la disponibilità di edilizia residenziale pubblica, ma è importante ricordare che proprietà non significa per forza essere esenti dal rischio povertà. Quanti lavoratori e lavoratrici autonomi vivono in una casa di proprietà, su cui da anni pagano un mutuo che rischiano di non riuscire più a sostenere economicamente, vanificando così gli sforzi fatti fino ad ora, e rischiando di finire triturati in uno sfratto che consegnerà la tanto sudata casa a una banca?
Di fronte a questa situazione non si può che aderire convintamente al rent strike, lo sciopero dell’affitto, e sostenerlo anche da parte di chi magari in affitto non è, perchè di fronte alla speculazioni immobiliare e all’assenza di tutele per il diritto all’abitare in moltissimi e moltissime siamo veramente insieme su una barca alla deriva che rischia di affondare.
Per questo è importante denunciare come ancora una volta siano l’ignavia istituzionale e l’assenza di politiche strutturali per tutelare il diritto all’abitare,la causa ciò che oggi determinerà la drammaticità del problema casa di domani.
Di cose da fare ce ne sarebbero molte, se solo ci fosse la reale volontà politica di affrontare la questione: prorogare il blocco di sfratti e sgomberi, requisire immobili privati abbandonati alla speculazione immobiliare per inglobarli nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica, requisire alloggi vuoti da destinare all’affitto in cambio del pagamento di un canone calmierato, incrementare gli stanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica ristrutturando e rendendo agibili tanti alloggi oggi non assegnati, abolire il canone di locazione libero, limitare il numero di seconde case destinate a B&B.
Come la salute, anche la casa è un diritto fondamentale e la pandemia ci ha ricordato,casomai ce ne fossimo dimenticati, che gli interessi del privato non coincidono con quelli della collettività, per questo è necessario esigere oggi un cambio di rotta radicale nelle politiche dell’abitare, per uscire dalla pandemia senza tornare ad una normalità che era già il problema.
Centro Sociale Occupato Autogestito Gabrio

 

Viva il partigiano Orso Tekoser. Con Eddy e con chi resiste, sempre.

Il 18 Marzo 2019 ci arrivava la terribile notizia della morte in battaglia di Lorenzo Orsetti, per tutt* noi Orso Tekoser, combattente internazionalista partigiano caduto nella guerra di liberazione contro l’ISIS.
Oggi, ad un anno di distanza, il testamento che ci ha lasciato Orso ci indica la via da seguire: ripartire e ricostruire dalla collettività, contrapporre il senso del comune al dilagante individualismo ed egoismo.

Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo.“

Una frase che in queste settimane difficili e stranianti, assume una potenza devastante. Il raggiungimento della felicità individuale non può che arrivare dal bene comune, perchè come diceva Orso, non c’è niente di più grande che dedicare la propria vita al prossimo, anche con il sacrificio più grande, “perchè è così che si cambia il Mondo.”

In questa giornata di ricordo e di dolore, non possiamo non sentire la rabbia per la decisione assunta ieri dal tribunale di Torino che ha inflitto 2 anni di sorveglianza speciale a Eddy, compagna e combattente internazionalista che si è unita alle YPJ, combattendo sì contro l’ISIS, ma anche e soprattutto per una società più equa e giusta, libera dal patriarcato e dal sessismo. Continue reading

CHIUDERE TUTTI I CPR, CHIUDERLI SUBITO!

In un contesto di sempre maggiore stretta delle misure di contenimento
dell’epidemia da Coronavirus, centinaia di persone rimangono recluse nei
CPR  a tempo indeterminato senza alcuna tutela per la propria salute
.

I DPCM che si sono succeduti in questi ultimi giorni e le misure prese
da diversi paesi in tutto il mondo, con il blocco dei voli per e
dall’Italia, hanno comportato la graduale chiusura delle frontiere ma
non per quanto riguarda i rimpatri
. Infatti, il 9 marzo 2020 è stata
inviata a tutti i questori una circolare in cui si esplicita che
“dovranno essere assicurate le attività relative all’espulsione
degli/lle stranieri/e irregolari”, come già anticipato nel decreto n.11
art.2 dell’8 marzo 2020 in cui tra le eccezioni del rinvio delle udienze
rientrano “i procedimenti di convalida dell’espulsione, allontanamento e
trattenimento di cittadini di paesi terzi”.
La macchina della detenzione e del disciplinamento va avanti anche per
quanto riguarda le retate che proseguono senza sosta e portano nuovi/e
trattenuti/e all’interno dei CPR.
A fronte di un’emergenza sanitaria di tale portata, risulta più che mai
evidente la violenza strutturale ed organizzativa dei centri di
permanenza per il rimpatrio (CPR).
Le condizioni sanitarie pessime, le scarse possibilità di accedere alle
cure mediche, il sovraffollamento e l’ingresso giornaliero di
poliziotti, civili e nuovi/e trattenuti/e,rendono di fattoimpossibile la
messa in atto delle norme sanitarie imposte dall’ultimo DPCM all’interno
di queste strutture.
Le poche e confuse norme che regolano il CPR, non prevedono aree
utilizzabili al ricovero e all’isolamento sanitario
.
Cosa succederebbe se si dovessero registrare casi di persone positive al
Covid-19 all’interno del CPR?
Se già in condizioni di non-emergenza è inaccettabile la detenzione
forzata di persone a cui non viene riconosciuta la libertà di esistere –
al di là della concessione di inserimento in categorie produttive
(lavoro o studio) e riproduttive (ricongiungimenti familiari) utili e
riconosciute dalla società – ancora di più l’attuale situazione di
emergenza rende maggiormente evidente il razzismo istituzionale che ha
già deciso chi è sacrificabile
!

L’unica soluzione applicabile è la chiusura definitiva di ogni centro di
permanenza per il rimpatrio e la liberazione di tutte e tutti
.

Le nostre riflessioni sullo stato di emergenza

Le ultime settimane hanno segnato le nostre vite in modo profondo, facendoci piombare in una realtà che pensavamo distopica, ma che ci è arrivata addosso cambiando radicalmente le nostre vite. Una realtà che non eravamo (e non siamo) pronti ad affrontare, un cambio epocale di fase di cui dobbiamo ancora capire la reale portata. Allo stesso modo abbiamo sentito l’esigenza, come sempre, di superare le difficoltà individuali e personali, nel collettivo. Per questo negli ultimi giorni abbiamo creduto fondamentale parlare, discutere e confrontarci su quello che ci stava (e ci sta) accadendo. Il risultato è questo documento, una prima elaborazione, sicuramente parziale, che vuole essere un tentativo di condividere pensieri, timori, paure, proposte e rivendicazioni.

La prima cosa che questa pandemia ha dimostrato, in Italia, è il pessimo livello di salute del Servizio Sanitario Nazionale, che ancora nella mitologia popolare veniva citato come un fiore all’occhiello del nostro paese. Dopo 30 anni di politiche liberiste caratterizzate dall’aziendalizzazione della salute, da tagli progressivi al personale e ai posti letto e da esternalizzazione dei servizi, con finanziamenti sempre maggiori ai privati, il SSN mostra evidentemente le sue carenze. È noto a tutti che l’Italia è uno dei paesi OCSE più in basso nella classifica di spesa per la Salute (nel 2018 spendevamo il 68% in meno della Germania, il 47% in meno della Francia) e questa differenza di spesa non è senza conseguenze: per capirci la Germania ha 28.000 posti letto in terapia intensiva, mentre l’Italia ne ha soli 5.000, a fronte di una popolazione solo di poco inferiore.
Le proposte del Governo per sopperire a tale carenza sono perlopiù insufficienti e regressive: richiamare a lavoro gli operatori in pensione (paradossale se non irresponsabile, vista la raccomandazione del Consiglio dei ministri, per cui le persone anziane non devono uscire di casa); bloccare le attività ambulatoriali; cancellare i limiti all’orario massimo di lavoro per il personale impegnato nella gestione dell’emergenza; fare accordi con il privato non convenzionato.
Ancora una volta i costi economici non sono ripartiti in maniera equa e proporzionale ma si scarica il peso dell’emergenza sul pubblico e su una fascia della popolazione, si sacrificano i diritti del lavoro e si nascondono gli effetti reali che questa misura avrà sulla vita delle persone trasformando (il personale sanitario?) in eroi, costringendoli a invisibilizzare i propri problemi e i propri bisogni, schiacciati come sono tutti i giorni nelle pagine dei quotidiani tra santificazione e martirio. Nel frattempo si ragiona già di scegliere chi salvare in base all’età: qualche anno di troppo potrebbe costarti il posto in rianimazione. Continue reading

PPDDN – Orari ufficiali per il 2020

Li stavate aspettando… Eccovi gli orari ufficiali della Palestra Popolare Dante Di Nanni per il 2020.

BOXE:

LUNEDI, MERCOLEDI e VENERDI 19-21

MMA:

MARTEDI E GIOVEDÌ 19:30-21

LOTTA:

LUNED’Ì E VENERDÌ 21-22:30

CROSSFIT:

MARTEDÌ E GIOVEDÌ 18:30-19:30

ARRAMPICATA:

MARTEDÌ E GIOVEDÌ 19:30-21:30

POLE DANCE RIBELLE:

  • MARTEDÌ

18:30-19:30

19:30-20:30

20:30-21:30(TACCHI)

  • GIOVEDÌ

18:30-19:30

  • VENERDÌ

18:30-19:30

19:30-20:30

PILATES:

LUNEDÌ 18:30-20:00

CSOA GABRIO – ZONA SAN PAOLO ANTIRAZZISTA

Eric Gobetti – Giorno del ricordo, retorica e revisionismo delle foibe.

LE FOIBE NON FURONO LA SHOAH DEGLI ITALIANI!
Facciamo un po’ di chiarezza sui falsi storici intorno alla narrazione delle vicende del confine orientale che i partiti ci impongono!
Si tratta dell’ennesimo esempio di come, tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, la politica del nostro paese abbia costruito in modo bipartisan una narrazione ufficiale di tipo sciovinista, altamente patetica e auto-indulgente.
Ecco il video integrale dell’assemblea del 5 febbraio con Eric Gobetti, storico e antifascista, con cui facciamo chiarezza sulle falsità e sul revisionismo riguardo la celebrazione del giorno del ricordo, che specialmente di questi tempi, sono sulla bocca di tutte/i.
ringraziamo Manuel e Fabrizio per le riprese e le foto.
CSOA GABRIO – ZONA SAN PAOLO ANTIRAZZISTA

Solidarietà a Gobetti, assemblea di mercoledì 5 febbraio confermata

Il Centro Sociale Gabrio promuove mercoledì 5 febbraio alle ore 18:30 in Corso
Ferrucci 65D un’assemblea e dibattito antifascista sul “Giorno del ricordo” con
l’intervento dello storico Eric Gobetti.

Ci troviamo ad affrontare nei nostri territori una preoccupante espansione da un
lato di gruppi e partiti fascisti e neofascisti, con sempre maggiore legittimazione
istituzionale; dall’altro alla diffusione di narrazioni falsate e strumentali alla
propaganda politica neofascista. Ci sembra importante costruire insieme al
quartiere un percorso antifascista partendo dal confronto, l’autoformazione
collettiva, la presa di parola e spazio e la costruzione di azioni in quartiere e in
città.

L’iniziativa e lo stesso Gobetti sono stati attaccati dal gruppo neofascista di
Aliud, legato a Fratelli d’Italia che si è insediato nel quartiere San Paolo proprio
promuovendo narrazioni che celebrano il colonialismo italiano e una società
patriarcale e omofoba. Il corpuscolo di fascisti ha minacciato di impedire lo
svolgimento dell’assemblea lanciando accuse di “revisionismo” e
“negazionismo”. Tali accuse sono ridicole da parte di chi fa del revisionismo
storico lo strumento di propaganda e di legittimazione della propria violenza
verbale e politica, ieri come oggi.

Tra pochi giorni infatti si “celebrerà” il “Giorno del ricordo” istituito nel 2004 da
una legge frutto di un accordo bipartisan promosso da Luciano Violante e
Gianfranco Fini durante il governo Berlusconi. Si tratta di una giornata
commemorativa delle foibe e dell’esodo di persone italiane dai territori del
litorale adriatico durante e dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Quel momento storico vogliamo raccontarlo tutto, senza omissioni, così come
facciamo il 25 aprile a differenza dei neo-fascisti e delle commemorazioni
retoriche istituzionali.

Vogliamo svelare i limiti e gli obiettivi della narrazione promossa dal “Giorno
del ricordo” che è parziale nel racconto del contesto e falsata nei fatti che intende
ricordare. È strumentale e funzionale ad una visione vittimista e nazionalista,
alla rimozione dalla memoria collettiva delle violenze fasciste nell’area e dei
crimini di guerra del colonialismo italiano.

La narrazione che ha generato il “Giorno del ricordo” è revisionista, stravolge
metodo e fonti storiografiche ed è particolarmente pericolosa per la pretesa di
“obiettività” e “neutralità” di fronte all’opinione pubblica.
Vogliamo smascherare il fascismo che esiste nelle scelte politiche dei nuovi
gruppi identitari e nelle narrazioni dei revisionisti.

Ci vediamo il 5 febbraio alle 18:30 in Corso Ferrucci, 65D per conoscere ed
approfondire insieme i fatti che alimentano la narrazione sulle foibe.

Per rispondere agli attacchi neofascisti torniamo in strada sabato 8 febbraio alle
ore 17:00 in Via Paolo Borsellino angolo Corso Vittorio sotto le foto dei
partigiani trucidati dentro le Carceri Le Nuove, per una biciclettata rumorosa e
antifascista.

CSOA GABRIO – Zona San Paolo Antirazzista

31/07/1942 LOSKA DOLINA (KRIZNA GORA)  TRUPPE ITALIANE FUCILANO CINQUE OSTAGGI NEL PAESE DI DANE.  Foto di di Ermino Delfabro, partigiano e fotografo di Gradisca d’Isonzo.

31/07/1942 LOSKA DOLINA (KRIZNA GORA)
TRUPPE ITALIANE FUCILANO CINQUE OSTAGGI NEL PAESE DI DANE.
Foto di di Ermino Delfabro, partigiano e fotografo di Gradisca d’Isonzo.